venerdì 18 settembre 2015

Giuliano Dego: Scrivere senza Confini


Giuliano Dego è davvero uno scrittore d’altri tempi. Di quelli come, forse, non ne esistono più, in grado di mettere il valore della scrittura al di sopra di ogni altra cosa. Docente universitario per oltre vent’anni, tra Glasgow, Leeds e Londra, ha pubblicato più di trenta libri in Europa e in America, spaziando dalla narrativa di genere, alla poesia e curando anche molte edizioni italiane di grandi classici. La sua stessa carriera è interessante come un romanzo e la sua esperienza d’autore lo ha portato a confrontarsi con molte realtà editoriali, tanto che è riuscito a trovare sempre la sua dimensione, dal grande, al piccolo editore, passando anche attraverso molte redazioni giornalistiche. Il suo ultimo romanzo “Il Segreto di Duska”, edito da Giuliano Ladolfi Editore, che abbiamo avuto il piacere di leggere e apprezzare per lo stile e la profondità, è molto più di un thriller, poiché racchiude in sé il racconto di una vicenda umana di grade interesse, come ci racconterà lo stesso autore, attraverso gli occhi di personaggi che ci catturano per la loro credibilità, sempre in bilico tra amore e morte.


Che scrittore sei? Segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo al quale non puoi rinunciare?

Seguo l’ispirazione, e te lo provo. Ho iniziato a scrivere in inglese nel dicembre 1960, quando insegnavo Letteratura Italiana all’Università di Glasgow. In quel periodo collaboravo con articoli e racconti al Glasgow Herald, il più antico e massimo quotidiano scozzese, e pensavo che sarei diventato uno scrittore di lingua inglese. Nel 1962, titolare di una cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Leeds, ho continuato collaborando al Penguin book of European Literature, con 24 ritratti critici di poeti italiani del Novecento. E ho iniziato a scrivere Moravia per la collana Writers and Critics, che pubblicava, in hardback e paperback, presso Oliver and Boyd nel Regno Unito e Barnes and Noble negli USA. Il libro ha ottenuto un buon successo di critica anche in Italia. Attilio Bertolucci, per dire, ne ha pubblicato un’ottima recensione su Il Giorno. Aggiornato e intitolato Moravia in bianco e nero, è uscito in italiano nel 2008, a cura di Giampiero Casagrande Editore, un Editore svizzero con sedi a Lugano e Milano.
Mi rendo conto che, per i pragmatici inglesi, il talento di uno scrittore torna utile all’Editore, mentre in Italia esso rappresenta una barriera, a meno che lo scrittore sia amico dell’Editore, o “intrallazzato” con un direttore di collana. Sono però cresciuto qui e provo emozioni più intense scrivendo nella mia lingua d’origine.

Raccontaci la genesi del romanzo Il Segreto di Duska, edito da Giuliano Ladolfi Editore: come lo definiresti? Cosa ti ha ispirato durante la stesura?
    
Tutti i miei romanzi, da L’ulcera, a Il Dottor Max, da Seren la Celta, a Il segreto di Duska, i miei poemi narrativi, da La storia in rima, a Il poema dell’aldilà, e le mie raccolte poetiche cercano verità e giustizia. Gli orrori che ho vissuto da bambino mi turbavano, anche intellettualmente. C’era la guerra, e subivamo mitragliamenti e bombardamenti che ci hanno costretti a sfollare, vivendo delle castagne cotte che raccoglievo sui monti. I miei libri sono dunque “investigativi”. Ciò significa, tra l’altro, che li scrivo perché vengano letti, e non perché sfoggino frasi ampollose che bloccano il lettore.   
Quando racconto a un qualsiasi inglese che la BUR ha pubblicato Il Dottor Max in una prima edizione di settemilacinquecento copie, le ha vendute e ha programmato la seconda edizione, senza però arrivarci perché è cambiato il direttore della collana, scuote il capo sconcertato. Anche Il segreto di Duska fila via veloce, un fatto dopo l’altro, senza sbavature. Quando l’Editore Ladolfi mi ha chiesto come mai, dopo aver pubblicato con Rizzoli e Mondadori, mi sia rivolto a un piccolo editore – che comunque, chiarisco, non si fa pagare – gli ho risposto che, alla mia età, non potevo permettermi di aspettare anni per sapere che un mio libro era degno di pubblicazione. Ladolfi, per contro, si comporta da inglese, risponde alle lettere, e ascolta, al caso, i consigli degli autori.  
Quanto ai contenuti, Il segreto di Duska è una storia d’amore in un romanzo investigativo che scopre agghiaccianti documenti ufficiali. Un thriller con partenza quieta e vicende drammatiche sempre più incalzanti, il solo che apra un varco nei misteri più oscuri della medicina ortodossa, toccando la nostra vita. La giovane Dottoressa Duska De Amicis giunge, infatti, da Roma in una cittadina delle Alpi, per aprirvi il suo primo ambulatorio. Ma inconfutabili documenti scientifici ne mettono in crisi la fiducia nella medicina farmacologica per quanto riguarda le malattie degenerative. Con l’affetto e il coraggioso sostegno del compagno, sottopone i pazienti malati di tumore alla terapia biologica del Dottor Max Gerson, definito, da un suo paziente, il Nobel Dottor Albert Schweitzer, “uno dei geni più eminenti nella storia della medicina”. Ma, benché sia stata convalidata dal’American Cancer Society e da ogni altra fonte ufficiale, la Terapia viene ignorata dai colleghi, lasciando spazio a un misterioso delitto.
Il segreto di Duska è in effetti un thriller che aggiunge sostanza e profondità al genere.
 
In un Paese come il nostro, dove i lettori sembrano diminuire costantemente, è ancora possibile, secondo te, fare della scrittura una professione a tempo pieno? Che difficoltà stai incontrando nel tuo percorso?

Alla prima domanda ho già risposto, anche se indirettamente. Aggiungo che, tranne Camilleri e Moravia – ma Moravia nei suoi ultimi romanzi è scivolato nell’erotomania – non conosco scrittori italiani che vivano dei loro libri. Quante volte, per questo, mi sono pentito di essere tornato all’italiano! Ma con esso torna il mio passato e mi consolo.

Ogni autore di talento deve essere anche un lettore curioso: a quale libro sei più legato? E cosa stai leggendo attualmente?

Gli autori che più amo sono Victor Hugo per il romanzo e Lord Byron per il Don Juan, poema narrativo in ottava rima. Tra i molti libri da me curati per la BUR, c’è il primo romanzo di Hugo, Bug Jargal, e l’ultimo, Novantatrè, per qualche aspetto il migliore. Si tratta di un grosso volume, la cui introduzione e il commento mi sono costati molto lavoro. Ma l’edizione, lodata e pagata, non è mai stata pubblicata. Quanto al Don Juan, la mia traduzione in ottava rima del primo canto, ha fatto una decina di edizioni, cosa inaudita per un volume di poesia. Ma il nuovo curatore della collana BUR non mi ha mai chiesto di tradurre i sedici canti successivi. Sic transit gloria mundi, almeno nel Bel Paese.    

A cosa stai lavorando in questo periodo? Di cosa ti occuperai nel prossimo romanzo? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

 Nel maggio 2014 l’Editore Ladolfi ha pubblicato Il poema dell’aldilà – dal registratore le voci dolci o inquietanti dei semprevivi. Per tre anni, in effetti, sui nastri del mio portatile ho conversato coi morti. Si tratta di incontri con l’incredibile, il pazzesco in assoluto, l’evento più sconcertante che possa accadere a un uomo sulla terra. Stiamo parlando di contatti meccanici, e quindi controllabili a volontà, anche se incontrollabile resta la sorda e cieca supponenza dei “benpensanti”, bloccati da un “razionalismo” totalitario, un oscurantismo alla rovescia, che ci impedisce di fare un balzo in avanti, spirituale e conoscitivo.
 Mi sono concentrato sulla nostra vita nell’aldilà, perché si tratta della ricerca che attualmente mi coinvolge. Visto attraverso il contatto diretto con gli spiriti, l’aldilà non è quello di Dante, fermo ai dogmi di San Tommaso d’Aquino e della Tradizione Cattolica Romana. Il mio poema, in effetti, è il primo sull’argomento scientificamente documentato. Ne Il poema dell’aldilà si fanno vivi spiriti buoni e spiriti malvagi, che però non sono demoni. Quanto alla loro pena, essa non è il fuoco eterno. È mentale e relativa al loro evolversi. Chi vuole, può farlo pentendosi e tramite successive reincarnazioni. Ciò non toglie che gli stessi spiriti sconsiglino di occuparsi di evocazioni medianiche o registrazioni su nastro per frivola curiosità e senza la dovuta preparazione. Il rischio di imbattersi in entità malefiche è elevato.

Ho parlato diffusamente dell’aldilà, non solo perché Il poema dell’aldilà è narrativo, ma perché Il mistero dell'ombra furtiva, il romanzo che sto scrivendo, è un giallo mozzafiato in cui, indagando su inusitati crimini, un poliziotto e una criminologa penetrano l’enigma della nostra vita attraverso contatti diretti coi trapassati. Sto anche scrivendo la mia autobiografia, che intitolerò Una vita per capire. Estraniato da un mondo denso di violenze senza riscatto, indago sul mio passato e quello della mia gente. Alternando umorismo e introspezione, con prosa colloquiale e fluida, racconto le tensioni segrete della mia fanciullezza attraverso il Fascismo e la guerra, poi i viaggi e gli amori di gioventù, il disagio di una educazione convenzionale, la storia di un falso amico e il mio destino di scrittore – vissuto e attivo per decenni in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Quanto ai miei progetti per il futuro, ho pronto per la pubblicazione un volumetto di poesie intitolato Piume nel tempo. La raccolta potrebbe interessare molti lettori: essa illustra, di fatto, le mie reazioni alle realtà di costume, politiche, culturali e cosmiche e, quindi anche intime, del nostro tempo.

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