mercoledì 20 settembre 2017

Alessandra Redaelli: Arte, Amore e tante storie da scrivere


A lei scrivere romanzi piace proprio tanto. Ce lo ha confessato col sorriso, nel suo stile scanzonato e senza prendersi troppo sul serio. Soprattutto perché sono loro a guidarla, prendendola per mano, capitolo dopo capitolo. Ma chi è lei? Si tratta di Alessandra Redaelli, critica d’arte e curatrice di mostre d’arte contemporanea e loro sono Martina, Ananda, Nirvana e un mosaico di coloratissimi personaggi, protagonisti del suo primo romanzo, “Arte, amore e altri guai”, Newton Compton Editore, una storia frizzante e fuori dagli schemi, il cui impatto può essere paragonato a quello della Pop Art di Andy Warhol nel secolo scorso.
A dare una marcia in più a questa opera prima, oltre all’impronta stilistica molto personale dell’autrice, che aveva già caratterizzato i suoi saggi sulla storia dell’arte, sono proprio i suoi protagonisti. Quelle creature nate a due dimensioni, tra inchiostro e tastiera che, sul più bello, prendono letteralmente vita e si mettono a fare tutto da soli. E noi, lettori, ma evidentemente anche scrittori, ci mettiamo l’anima in pace e li assecondiamo, soprattutto quando a ispirarci è stata la nostra quotidianità. Alessandra Redaelli scrive di ciò che conosce e di ciò che ama e questo genuino trasporto si percepisce, pagina dopo pagina.
Martina, la protagonista della storia, è una donna che ha da poco superato i quaranta e si divide tra gli impegni di mamma di due adolescenti, i suoi gemelli Ananada e Nirvana, e gli obblighi di redazione della rivista d’arte con cui collabora. Ha un marito bello e attraente che ama moltissimo, ma quando si rende conto che qualcosa nel suo matrimonio inizia a scricchiolare, sarà costretta a mettersi profondamente in discussione, cercando di non perdere l’ironia che la contraddistingue, nonostante i guai che sembrano darle la caccia. Quella di Martina è una vita nella quale è facile immedesimarsi, fatta di fragilità, ma anche di tanti colori diversi, come potrebbe essere quella di ciascuna di noi, eroine di noi stesse, sempre di corsa, ma mai troppo impegnate per guardarci dentro, alla ricerca di un pizzico di romanticismo e passione.



Il passaggio dalla critica d’arte alla narrativa sembra esserti stato particolarmente congeniale, vista la naturalezza con cui hai costruito una storia divertente e dissacrante al tempo stesso, anche se, in fin dei conti, non ti sei allontanata troppo dal tuo mondo, visto che tanti stravaganti artisti fanno incursione tra le pagine di “Arte, amore e altri guai”, Newton Compton. Come nasce questa esigenza di raccontare e cosa ti ha ispirata durante la stesura del tuo primo romanzo?

L’esigenza di raccontare una storia come quella di Martina nasce dalla mia lunghissima esperienza all’interno di un mensile specializzato. Ho lavorato per tantissimi anni come collaboratrice fissa per la rivista Arte – della Cairo Editore – e collaboro ancora, ma per un lungo periodo ho vissuto proprio la vita della redazione. Ho avuto a che fare con diversi direttori, ognuno con i suoi talenti speciali e con le sue peculiarità. Ho lavorato gomito a gomito con colleghi fantastici con cui c’era uno scambio continuo e ho conosciuto una quantità di artisti, giovani o già famosi, che mi hanno entusiasmato e mi hanno fatto amare immensamente questo mondo. E poi c’era il caporedattore storico, quello il cui nome, nella cerchia dei critici e dei giornalisti di settore di Milano, fa ancora “tremare le vene e i polsi”. Un individuo pazzesco, indimenticabile, a tratti feroce e a tratti tenerissimo, che mi ha insegnato tantissimo e che ho messo al posto d’onore nei ringraziamenti del mio primo saggio. A lui – che oggi è in pensione e si gode la vita in una tranquilla cittadina del Piemonte – mi sono ispirata per uno dei personaggi che amo di più di “Arte, amore e altri guai”: il terribile Pitbull.

Già nei panni di saggista e divulgatrice hai dimostrato come, anche un argomento serio come quello della storia dell’arte, possa essere raccontato col sorriso. Facciamo un bilancio dei tuoi primi passi come narratrice: è un’esperienza che pensi di ripetere in futuro? Che autrice sei e come hai dovuto adattare il tuo metodo a seconda dei vari generi in cui ti sei cimentata?

Assolutamente sì: è un’esperienza che intendo ripetere. E già mi frullano mille idee per la testa.
Scegliere un tono leggero, apparentemente facile (e dentro quell’ “apparentemente” c’è tanto) e uno sguardo scanzonato e dissacrante nei confronti di una materia considerata ostica come l’arte contemporanea è stata la mia sfida, e credo di averla vinta. Tanti colleghi – che peraltro stimo moltissimo e da cui ho imparato tanto – si affidano per parlare d’arte a un linguaggio erudito e complesso. Io ho voluto dimostrare che per parlare di cultura si può usare un linguaggio diverso e che la leggerezza, a volte, è la chiave migliore, perché non fa paura, non è respingente, non mette l’interlocutore in soggezione, ma al contrario lo fa sentire a suo agio. Già dimostrare che un mucchio di caramelle o una stanza vuota sono opere d’arte non è la cosa più semplice del mondo, se poi lo si fa arrotolandosi dentro frasi involute il lettore rischia di mettersi a prendere a testate il muro per poi passare a una fiction in tv. Far capire invece anche a chi non bazzica la materia, che l’arte contemporanea può essere assaporata col piacere di una fiction – ma una fiction che ti lascia dentro qualcosa, ti apre la mente e ti rende felice – ecco, è una bella soddisfazione.
In realtà non c’è tanta differenza tra il linguaggio di “Keep Calm e impara a capire l’arte” o di “I segreti dell’arte moderna e contemporanea” e quello del romanzo. L’idea – sostanzialmente – è la stessa: parlare di cose serie (in questo caso il matrimonio a una svolta, i deragliamenti amorosi, il ruolo della donna, l’amicizia, il sesso) in maniera leggera ma precisa e senza sconti. Diciamo che, ora che conosco Martina, la protagonista del romanzo, penso che “Keep Calm” e “I segreti” potrebbe averli scritti proprio lei.
I personaggi sono ispirati a figure reali ma molto rivedute e molto corrette. E comunque quando si scrive un romanzo accadono cose incredibili. Mentre leggevo il saggio di Stephen King, “On writing”, non ci credevo, ma invece succede veramente: se i personaggi hanno una struttura solida, a un certo punto si mettono a prendere decisioni da soli. C’è qualcosa di magico e anche di catartico nel loro prendere possesso della situazione. Ci sono due o tre punti in cui il romanzo, nella mia testa, avrebbe dovuto prendere una piega totalmente differente, e invece non c’è stato verso. “Loro” hanno deciso diversamente.




Come definiresti Martina, l’indimenticabile protagonista della tua storia? In generale, come hai delineato tutti i personaggi, più o meno importanti, che le ruotano attorno, a partire dai suoi figli adolescenti, Ananda e Nirvana?

Martina è una donna multitasking tipica del nostro tempo: mamma acrobata, moglie, massaia (più o meno…), professionista. Vorrebbe dare il meglio di sé in tutti i suoi ruoli, ed è sempre in corsa contro il tempo: sia quello della quotidianità – che le sembra perennemente insufficiente – che quello degli anni che passano, del corpo che cambia. Quello che succede al suo matrimonio è come uno schiaffo in piena faccia, e tuttavia è la chiave che le permette di rileggersi come una donna nuova, capace ancora di sedurre e di salvarsi attraverso la passione per il suo lavoro, l’aiuto delle amiche e – arma fondamentale – l’autoironia. Diciamo che per lei si chiude una porta e si apre un portone (o un burrone, come direbbe Fedez… sta a voi decidere).

Immagina di avere una macchina del tempo: quale grande artista o scrittore del passato ti piacerebbe conoscere e intervistare? E quali domande gli faresti?

Oh… Vorrei essere Berthe Morisot e – cavolo – giuro che riuscirei a sedurre Manet, a fargli lasciare la moglie (tanto non l’amava: la tradiva compulsivamente) e a farmi sposare da lui. Altro che accontentarmi del fratello! Ok, seriamente? Vorrei incontrare Artemisia Gentileschi anziana – è morta a sessant’anni… per quegli anni era anziana – e farle una lunga intervista, capire come ha fatto allora, in una delle epoche più buie, lei, donna, indifesa e sola, a farsi strada in quel mondo di lupi (maschi) che è l’arte e a uscirne come la più vittoriosa delle guerriere.



A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


La mia professione ufficiale è quella della curatrice di mostre, e per i mesi a venire ho tanti appuntamenti (si trova tutto sulla mia pagina Facebook). Per Newton Compton, poi, sto lavorando a un nuovo saggio. Sarà completamente diverso dai due precedenti, perché non sarà scandito in microcapitoli monografici su un’opera, ma avrà un andamento fluido e consequenziale. Anche se il tono – dont’t worry – sarà assolutamente il mio. E poi… chissà. Ti dirò: a me scrivere romanzi piace proprio tanto. 

mercoledì 13 settembre 2017

Carmela e Mariagrazia Colletta: aiutateci a trovare Salvatore


Da quando esistono software in grado di invecchiare i volti impressi sulle foto dei minori scomparsi in tutto il mondo, le immagini di adulti con lo sguardo da bambini si moltiplicano ogni giorno, dando una speranza a famiglie dilaniate da anni di dolore e sofferenza. I capelli possono diventare grigi e le rughe segnare guance e fronte, ma non esiste tecnologia in grado di modificare le espressioni pure che solo i bambini hanno quando li immortaliamo in una fotografia. Proprio come è accaduto con Salvatore Colletta, scomparso a quindici anni da Casteldaccia, a pochi chilometri da Palermo, il pomeriggio del 31 marzo 1992, venticinque anni fa.
Non c’erano gli smartphone quando il sorriso curioso di Salvatore è stato cristallizzato nella stessa foto che oggi è stata invecchiata, mostrando, con buone probabilità, che volto Salvatore potrebbe avere ora che ha superato i quarant’anni. Carmela La Spina, la mamma di Salvatore, e Mariagrazia Colletta, la sorella, conservano questo foto come un amuleto da tenere sul cuore, l’ultima speranza perché Salvatore non sia dimenticato, assieme a tanti bambini di cui si sono perse le tracce.
Quel pomeriggio di marzo del ’92, Salvatore si è allontanato in compagnia dell’amico dodicenne Mariano Farina, che ha coinvolto Salvatore nel progetto di vivere un’avventura lontano da casa e dalla famiglia. Salvatore era un ragazzo timido e non ha saputo sottrarsi, così i due ragazzini si sono fatti accompagnare in motorino da un amico in Contrada Gelso e da lì si sono perse le loro tracce. Quella fuga, che probabilmente doveva essere solo una ragazzata, si è trasformata in un incubo per chi è rimasto a casa ad aspettarli entrambi. Un incubo lungo venticinque anni e fatto ricerche a vuoto, segnalazioni infondate e piste inconsistenti, tra pentiti e millantatori. La maggior parte degli avvistamenti, nel corso degli anni, sembravano individuare i ragazzi nei campi nomadi, ma ogni volta che gli inquirenti hanno tentato di verificare le segnalazioni sono arrivati troppo tardi, quando dei ragazzi avvistati non c’era già più traccia.
L’ultima pista percorsa risale a oltre sei mesi fa, quando, a Roccamena, in provincia di Palermo, assieme alle ossa di almeno altri dieci sconosciuti, sono stati individuati i resti di due ragazzi adolescenti. Alla famiglia Colletta è stato prelevato il DNA per accertare o meno che si tratti di Salvatore, anche se è un’ipotesi improbabile, visto che le ossa sembrano risalire a oltre quarant’anni fa. Tuttavia le difficoltà di comparazione dei DNA sta allungando i tempi di attesa delle famiglie, amplificandone il dolore.
La sofferenza di chi aspetta da un quarto di secolo di poter riabbracciare un figlio si percepisce forte nelle parole di mamma Carmela. La stanchezza, la solitudine, la rabbia sono sentimenti che si alternano nei cuori di chi, a volte, si sente più “scomparso” degli scomparsi stessi. Possibile che non si possa fare qualcosa di più per cercare? È questa la domanda che si fa ogni giorno Carmela. Forse solo lo straniamento che si prova osservando le foto invecchiate al computer potrebbe spingerci a fare qualcosa di più perché questi adulti senza volto non rimangano bambini per sempre.

Chi è Salvatore? Ci racconti la sua storia.

Carmela: Salvatore era un ragazzino tranquillo e spensierato. Era riservato e timido. Andava a scuola e il pomeriggio amava giocare a pallone con gli amici. Non aveva problemi e andava d’accordo con tutti, ma soprattutto era molto attaccato ai suoi fratelli, coi quali aveva un rapporto profondo. Sono sicura che non aveva intenzione di scappare di casa, dandoci un dispiacere











Quando lo avete visto l’ultima volta? Cosa è accaduto il giorno della scomparsa e come si sono svolte le ricerche nel corso degli anni?

Carmela: L’ultima volta che lo abbiamo visto, il 31 marzo 1992, è uscito verso le quattro di pomeriggio, come faceva quasi tutti i giorni per andare a giocare con gli amici. Di solito stava fuori un’oretta o due, poi tornava a casa e ci preparavamo per la cena. Non si allontanava mai molto, di solito rimaneva proprio sotto casa. Tra i ragazzi che frequentava in quel periodo c’era anche Mariano Farina, il ragazzino col quale deve essersi allontanato, ma non erano amici intimi. Da allora neppure di Mariano si è saputo più nulla, sono scomparsi insieme, senza lasciare tracce certe che potessero aiutarci a cercarli. Quando ho saputo che Salvatore era andato via con Mariano, sono rimasta stupita, perché tra tutti gli amici che aveva all’epoca, era quello con cui probabilmente aveva meno confidenza. Quel pomeriggio c’erano anche altre persone con loro inizialmente, ma nessuna testimonianza ci ha dato elementi per trovare subito Salvatore. Quando mio figlio Ciro, che era con Salvatore, è tornato a casa e mi ha detto che il fratello sarebbe rientrato di lì a poco, non mi sono preoccupata subito. Ma col passare delle ore ho capito che era successo qualcosa. Non era da Salvatore tardare in quel modo.
Le ricerche sono iniziate tardi e sono state troppo lente fin dal principio. Abbiamo avuto molte segnalazioni, soprattutto nei campi nomadi. Io stessa, dopo quindici giorni dalla scomparsa, sono convinta di aver visto Mariano non troppo lontano casa, sulla Statale 113 a San Nicola, mentre ero in macchina con mio marito; perfino gli abiti coincidevano, ma, appena lui mi ha visto si è allontanato.

Voi che idea vi siete fatti: cosa può essere accaduto a Salvatore? Chi vi è stato più accanto in questo lungo periodo di dolore e attesa?

Carmela: Darei qualsiasi cosa per sapere cosa è accaduto a mio figlio. In questi anni, viste le tante segnalazioni nei campi nomadi, sono arrivata a pensare che un fondo di verità in quella pista forse c’è. Ma è davvero difficile riuscire a ricostruire l’accaduto e nessuno ci ha aiutato a farlo fino in fondo. A volte fatico a credere che siano passati venticinque anni da quel maledetto giorno. La famiglia si è stretta attorno a noi mentre tutti si dimenticavano di Salvatore e del nostro dolore, ma nessun altro, col passare degli anni, ha mai fatto nulla di particolare per la nostra disgrazia. Anche il Comune di Casteldaccia ci ha aiutato con alcune iniziative, ma è davvero faticoso far comprendere agli altri lo smarrimento quotidiano che si prova quando non si hanno notizie di un familiare. Non ci si abitua mai a questa sofferenza senza un perché.

Che ruolo svolge, o potrebbe svolgere, l’opinione pubblica per aiutare le famiglie di fronte a un caso di scomparsa?

Carmela: Ricerche e appelli sono l’unica cosa importante per ritrovare qualcuno. Tutto deve essere accurato, approfondito e soprattutto immediato. Nel caso di mio figlio Salvatore noi siamo convinti che qualcuno sa molto più di ciò che ha detto e, forse, gli inquirenti avrebbero dovuto sentire più approfonditamente queste persone. Possibile che gli amici che, quel pomeriggio, erano con Salvatore e Mariano non sappiano nulla? Non posso crederci. Qualcuno sa e non ha detto tutto.
Solo nei primi dieci anni dalla scomparsa ci sono arrivate migliaia di segnalazioni di avvistamenti. Quante sono state davvero verificate? Neppure noi familiari lo sappiamo per certo. E ora tutti si sono dimenticati di noi.
Dai ritrovamenti dei resti di Roccamena sono passati mesi ormai. Hanno il DNA per le comparazioni, anche se non ci sono altre prove che le ossa ritrovare possano essere di Salvatore, ma ancora non sappiamo nulla di definitivo. Siamo a conoscenza del fatto che i procedimenti necessari per fare tutte le verifiche sono lunghi e complessi, ma ci domandiamo come mai ancora nessuno ci dia notizie.
Dopo circa cinque anni dalla scomparsa, la famiglia di Mariano è emigrata negli Stati Uniti e si trovano ancora lì, raramente ci sentiamo.

È il ricordo a mantenere vive le persone di cui si sono perse le tracce e a dare alle famiglie la forza di non smettere mai di cercare. Qual è il suo ricordo più vivo di Salvatore?

Carmela: Salvatore era troppo buono e genuino. Voleva crescere, ma era ancora ingenuo. Quel sorriso furbo e il suo carattere generoso, come posso dimenticarli? Era un ragazzino semplice e timido che amava la sua vita e la sua famiglia. Oggi sarebbe un uomo. Avrebbe potuto avere una casa, un lavoro, una famiglia tutta sua e invece gli è stato negato tutto. Rinnovo il mio appello a chiunque sappia qualcosa sulla scomparsa di Salvatore, soprattutto alle ultime persone che lo hanno visto, di dire tutta la verità, una volta per tutte.



Anche Mariagrazia, la sorella di Salvatore, ha voluto ricordarlo raccontandoci cosa significa crescere senza sapere cosa sia accaduto a un familiare e lanciando nuovamente un appello a chiunque possa aiutarli, anche dopo venticinque anni dalla scomparsa:

“Non avere notizie di un fratello da oltre venticinque anni è una tortura difficile da spiegare. Potrebbe accadere a tutti, ma nessuno si preoccupa di prendersi cura di noi familiari coinvolti e più passa il tempo e peggio è. Da quando esistono i Social Network e basta un click per diffondere un appello in tutto il mondo, molte famiglie hanno un canale in più per chiedere aiuto. Anche noi abbiamo creato un profilo Facebook a nome di mio fratello, nel quale pubblichiamo continuamente le sue foto per tenere alta l’attenzione su di lui, anche dopo tutto questo tempo. Ma la tecnologia ha anche un’altra faccia della medaglia davvero crudele. In questi anni, oltre a segnalazioni inattendibili, in molti si sono presi gioco di noi, dichiarando di avere informazioni che si sono rivelate un buco nell’acqua. L’ultima delusione l’abbiamo avuta proprio nelle scorse settimane, quando un giovane del centro Italia, che poi abbiamo scoperto essere un lontano conoscente, ci ha contattati su Facebook dichiarando di avere notizie su Salvatore. Abbiamo provato in ogni modo a farlo parlare e a capire la verità, ma ha iniziato a cambiare versione più e più volte e non c’è stato modo di capirne l’attendibilità. Ci siamo anche rivolti alle forze dell’ordine per far fare le dovute verifiche o prendere provvedimenti, ma nessuno ha saputo aiutarci davvero.

Provate a mettervi nei nostri panni. Provate a immaginare, solo per un attimo, cosa si prova a vivere così. Possibile che non si possa organizzare una squadra di professionisti esperti in grado di proseguire più attivamente le indagini, anche per questi casi così difficili e lontani nel tempo? Ci sentiamo abbandonati e dimenticati da tutti, ma noi non vogliamo arrenderci. Non vogliamo perdere fiducia nella giustizia. E, soprattutto, non vogliamo perdere la speranza di riabbracciare Salvatore al più presto”.

mercoledì 6 settembre 2017

Tre buone ragioni per… andare in vacanza a settembre


Siete stanchi di sgomitare per pochi centimetri di spiaggia in più e di fare la fila a caselli, porti e aeroporti per raggiungere le mete delle ferie tanto agognate? Una soluzione c’è e non è certo quella di smettere di andare in vacanza! Si sa, per noi Italiani il Ferragosto è sacro, ma se ciò che state cercando è meno confusione e più tranquillità, con prezzi più accessibili e servizi migliori, dovete rassegnarvi a trascorrere il mese di agosto in città e posticipare di qualche settimana le vostre vacanze, puntando tutto sulle prime settimane di settembre.
Sono sempre di più, infatti, i viaggiatori che considerano questo periodo dell’anno il migliore per spostarsi, tanto al mare, quanto in montagna e perfino nelle grandi metropoli, meno caotiche del solito. “Se ne riparla a settembre” è una frase che non fa più paura ormai, grazie alle nostre tre buone ragioni per andare in vacanza a settembre.

1.      Meno folla, più relax e ospitalità. I numeri sono in aumento, ma viaggiare a settembre è ancora controcorrente, ecco perché sarà più facile rilassarvi e godere della più meticolosa ospitalità da parte delle strutture da voi prescelte, a prescindere dalle vostre mete preferite.

2.        Meno caldo, più natura e cultura. Anche passeggiare per parchi, ville, mostre e musei sarà meno stancante, soprattutto nel nostro splendido Paese, grazie alle temperature più godibili e meno infuocate delle settimane passate.


3.      Meno programmi, più risparmio e buon senso. Desiderate partire senza una meta, ma anche senza spendere troppo? Se non amate programmare al minuto le vostre vacanze e volete lasciarvi andare all’ispirazione senza farvi spennare, vi basterà solo un pizzico di buon senso per comprendere che settembre è il mese ideale per l’avventura.

mercoledì 19 luglio 2017

Sonia Ciampoli: svelare un Mistero? Ecco come…


Dopo avervi raccontato la storia del CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, e il suo impegno trentennale per un approccio scientifico anche a ciò che è apparentemente inspiegabile, approfondiamo la genesi di uno dei Quaderni del CICAP che ha suscitato in noi maggiore interesse, “Misteri Svelati”, di SoniaCiampoli.
Nato dalle inchieste e dal materiale raccolto per la rubrica “A che punto è la notte”, tenuta da Sonia Ciampoli su Query Online, la rivista ufficiale del CICAP, “Misteri Svelati” è una carrellata di casi più o meno famosi, in gran parte risolti, che, negli anni, hanno interessato gli appassionati e sono stati spiegati grazie all’intervento della scienza. L’obiettivo di questa rassegna di classici del mistero, come ci ha spiegato la stessa autrice, è proprio raccontare ai lettori “come è andata a finire”, giacché la maggior parte di queste vicende, di cui periodicamente si torna a parlare su Tv e giornali, sono, in realtà, risolte.
Dal fantasma di Azzurrina di Montebello, allo sconosciuto Uomo di Somerton, passando per le morti del faro delle Isole Flannan, Sonia Ciampoli ripercorre, con attenzione, accuratezza e uno stile pulito e scorrevole, le principali tappe che hanno condotto gli esperti alla risoluzione di tanti misteri che hanno attraversato la Storia della nostra civiltà.
La conclusione più luminosa di questo viaggio nell’ignoto sta nel fatto che che il cosiddetto rasoio di Occam, il principio metodologico medievale secondo cui, per spiegare un fenomeno, bisogna sempre ricorrere alla spiegazione più semplice, è non solo tuttora valido e intramontabile, ma anche alla base del pensiero scientifico moderno e di una società informata e critica.
 

Dagli U.F.O. ai Medium, passando per l’analisi di luoghi inquietanti e strani oggetti, fino alle storie che hanno ispirato classici della letteratura e del cinema, “Misteri Svelati” è una vera Bibbia per tutti coloro che guardano con occhio critico a queste vicende che non passano mai di moda. Da dove nasce la tua esigenza di approfondire questi temi e cosa ti ha ispirato durante la stesura?

“Misteri svelati” è la rielaborazione della rubrica A che punto è la notte, che ho tenuto per due anni sulla versione online di Query, la rivista del CICAP.
L’idea mi è venuta di colpo, un giorno che navigavo pigramente su Internet senza nient’altro da fare. Ricordavo di aver letto da qualche parte che il CICAP stava per recarsi nel castello di Montebello per indagare sulla leggenda di Azzurrina, la bimba che inseguì una palla di stracci in cantina il giorno del solstizio d’estate 1375 e scomparve nel nulla. Da allora, ogni 5 anni, la notte del 21 giugno, il suo spirito torna a vagare nel castello, e alcuni investigatori del paranormale con una troupe RAI erano addirittura riusciti a registrarne la voce.
Le incisioni e il resoconto di quell’indagine erano ovunque, ma di come fosse andata a finire la ricerca del CICAP non avevo più saputo nulla, bisognava cercare bene online perché la loro versione comparisse fra i risultati.
Così, insieme alla redazione, abbiamo deciso di raccogliere quanti più casi possibile del genere, misteri famosi o meno famosi che continuano a circolare nella versione insoluta sebbene siano stati ampiamente spiegati e sfatati. Abbiamo scelto gli argomenti lasciandoci guidare da inclinazioni personali, gusti, divertimento, ma anche da quello che pensavamo potesse essere più interessante per chiunque si avvicinasse per la prima volta a questi temi, spinto magari dalle stesse motivazioni che hanno sempre mosso anche me: cercare di fare ordine, sgombrando il campo da tutto ciò che è rumore di fondo illogico e infondato, per capire il tessuto razionale connettivo del mondo e poter spostare l’attenzione verso ciò che davvero rimane da scoprire e spiegare.

Cosa ti ha spinto a entrare a far parte del CICAP? Facciamo un bilancio della tua esperienza.

Per rispondere a questa domanda devo fare coming out. Sono una ex believer con qualche vaga tendenza complottista. Da giovane credevo al sovrannaturale, alla possibilità che esistessero spiegazioni alternative e non mi sarei sorpresa tantissimo se avessi scoperto che sulla Luna non c’eravamo mai andati.
Poi venne l’11 settembre, e il complottismo negazionista dell’attacco terroristico. Un giorno finii su un sito che smentiva queste fantasiose teorie e rimasi folgorata. Fu una rivoluzione violenta e illuminante, scoprire che l’applicazione del metodo scientifico potesse essere usata anche per studiare l’astronauta di Palenque o che c’era gente che passava i weekend a realizzare cerchi nel grano. Pochi mesi dopo ero iscritta al CICAP.
Per farmi avanti e offrire la mia collaborazione alle iniziative però ci è voluto più tempo: come tutti, ero in soggezione a parlare con grandi menti, studiosi e scienziati che ne sapevano tanto più di me e veramente mi era difficile immaginare cosa potessi offrire loro. Ho scoperto invece un ambiente accogliente e inclusivo, dove è benvenuto il contributo di tutti, purché ci sia umiltà e desiderio di conoscenza, e dove è praticamente impossibile non imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. Oggi alcuni di loro sono diventati amici più che colleghi.
Al CICAP devo molto, è arrivato nella mia vita nel momento in cui avevo più bisogno di fare ordine e avere punti fermi cui appoggiarmi.


Tra i vari Misteri Svelati quale si è rivelato più ostico e perché? Raccontaci come hai fatto a venirne a capo…

Per scelta, quasi tutti i casi che abbiamo raccolto nel libro erano stati già risolti, e le conclusioni raggiunte erano state testate e controprovate. Ce ne  sono però alcuni per i quali non è ancora stata trovata un’univoca spiegazione soddisfacente, e si rimane nel campo delle ipotesi: ad esempio il caso dell’uomo di Somerton, trovato morto su una spiaggia australiana il 1 dicembre del 1948, senza documenti, senza etichette nei vestiti, con il frammento di un libro di poesie persiane in tasca, che riportava da un lato l’ultimo verso del volume, Tamàm Shud, “finito”, e dall’altro un probabile codice che a tutt’oggi nessuno è riuscito a decrittare. O i guardiani del faro delle Flannan Isles, morti in circostanze misteriose dopo aver lasciato ben chiusi porta e cancello, ma anche una sedia ribaltata in cucina e senza indossare, in quel clima proibitivo, l’obbligatorio impermeabile.
In diversi casi ho avanzato delle ipotesi personali, puramente ipotetiche, che spero in futuro di poter approfondire adeguatamente, come nel caso della cassapanca sanguinosa che si trova proprio nel castello di Azzurrina.

Non è vero, ma ci credo: tra religione e superstizione l’Italia sembra essere ancora un Paese di creduloni. Come si potrebbe combattere questa tendenza e che ruolo potrebbe svolgere in merito il CICAP?

Non credo personalmente che l’Italia sia messa molto peggio degli altri paesi occidentali. Sicuramente la dicotomia fra scienza e pseudoscienza oggi si avverte con più forza rispetto al passato, perché viviamo un’epoca generale di opposizioni e fazioni.
Tuttavia, una cosa che ho sempre sentito raccontare dai soci che tengono conferenze e incontri, e che è capitata recentemente anche a me in occasione di un evento in una scuola, è che invece il “pubblico a casa” è estremamente ricettivo a una versione dei fatti più concreta e razionale, ascolta con interesse ed è pronto a rimettere in discussione quelle che non erano tanto convinzioni, quanto posizioni prese per buone perché ovunque la campana alternativista fa più rumore di quella scettica.
Io credo basti questo, continuare costantemente a spiegare, parlare, raccontare scienza, dati, fatti e numeri, senza ghettizzare nessuno aprioristicamente, e accogliendo anche chi ha dubbi e perplessità noti e stranoti. Il dialogo e l’apertura al confronto sono, a mio avviso, la chiave per superare questo momento di impasse collettiva.



A cosa stai lavorando attualmente? Ci sono nuovi progetti letterari in programma? Svelaci quali sono i tuoi piani per il futuro.


Al momento mi sto godendo un po’ di vacanza da mostri e misteri che mi hanno accompagnato in questi due anni. Siccome però le passioni sono impossibili da mettere davvero a tacere, ogni tanto mi riscopro a cercare qualche altra informazione o rileggere gli appunti dei casi non svelati, e magari in futuro potrei buttare giù qualcosa di più ampio e argomentato sull’uomo di Somerton e il suo emulo tedesco Peter Bergmann. D’altra parte, è una storia che ha affascinato anche Stephen King, come posso io non farmene conquistare? 

mercoledì 5 luglio 2017

CICAP: raccontare la Scienza esplorando il Mistero

«Giornali, settimanali, radio e televisioni dedicano ampio spazio a presunti fenomeni paranormali, a guaritori, ad astrologi, trattando tutto ciò in modo acritico, senza alcun criterio di controllo; anzi cercando, il più delle volte, l'avvenimento sensazionale, che permetta di alzare l'indice di vendita o di ascolto. Per questo portiamo avanti un'opera di informazione e di educazione rispetto a questi temi, per favorire la diffusione di una cultura e di una mentalità aperta e critica, e del metodo scientifico basato sull’evidenza nell'analisi e nella soluzione dei problemi».



Era il lontano 1989 quando un gruppo di scienziati, intellettuali ed esperti, su iniziativa di Piero Angela, sottoscriveva questa dichiarazione quanto mai attuale dando vita al CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze.
Da allora questa organizzazione di volontari si è data un obiettivo preciso e ambizioso: divulgare il più possibile la convinzione che è solo attraverso una puntuale analisi scientifica di ogni evento che è possibile far luce su avvenimenti che, soltanto in apparenza, possono sembrare inspiegabili. Il fine ultimo è educare il grande pubblico a guardare con occhio critico chi, di fronte a presunti fenomeni paranormali, si lascia andare con troppa facilità a dichiarazioni di comodo, superficiali e poco attente, se non addirittura volutamente ingannevoli, soprattutto quando si tratta dei mezzi d’informazione.
Grazie anche all’impegno e alla professionale serietà di noti volti della divulgazione, proprio come Piero Angela, dopo oltre venticinque anni di attività, il CICAP è diventato un faro nella tempesta della superstizione anche in un Paese di creduloni, come il nostro. Ciò non solo per l’assidua partecipazione della comunità scientifica italiana alle attività del Comitato, ma soprattutto per merito dei moltissimi volontari che gravitano attorno a questo infaticabile polo di iniziative a volte poco conosciute.



Oltre alle riunioni regionali, agli incontri nazionali e alla partecipazione a eventi e a trasmissioni televisive, infatti, il CICAP conserva negli archivi del suo sito ufficiale numerose e interessantissime pubblicazioni di vario genere per tutti coloro che vogliano approfondire le tematiche affrontate e investigate dal Comitato.
Accanto alla vastissima Enciclopedia di articoli che raccoglie, sotto le varie voci, numerosi pezzi scritti da volontari ed esperti sulle materie più disparate, facendo il punto anche sulle indagini fatte dal Comitato stesso, c’è Query, la rivista ufficiale del CICAP, che, oltre ai numeri cartacei, ha anche una versione online. A partire dal 2006 Query ha preso il testimone di Scienza & Paranormale, storico periodico ufficiale del Comitato che, dal primo numero del 1993, ha avuto un grande successo di pubblico anche grazie all’impegno dei Direttori che si sono avvicendati alla sua guida, Massimo Polidoro e Lorenzo Montali.
Per tutti coloro che, invece, sono alla ricerca di saggi e pubblicazioni più esaustive, c’è Prometeo, una vera e propria libreria virtuale nella quale il CICAP ha messo insieme numerosi testi su tutti gli argomenti più importanti e che, secondo il Comitato stesso, hanno il pregio di informare in modo corretto e attento il lettore, permettendogli di avere una panoramica sui temi di suo interesse. Tra le varie stimolanti proposte spiccano, in particolare, i Quaderni del CICAP, veri e propri saggi e monografie scritti dai soci e dai partecipanti al Comitato che, in qualità di studiosi ed esperti, raccontano la storia di tanti fenomeni, cercando, sempre nell’ottica degli obiettivi CICAP, di fare luce sui misteri che sembrano aleggiare sui singoli avvenimenti presi in esame.



Se, invece, volete conoscere personalmente i maggiori esperti della comunità scientifica italiana, diventando veri e propri investigatori dell’occulto, c’è il Corso per Indagatori di Misteri che, ogni anno, mette insieme un gruppo di numerosi docenti, i quali si alternano in diversi incontri, tra esperimenti e lezioni frontali, per far toccare con mano a tutti gli allievi cosa significa indagare con occhio critico e mente aperta su fenomeni che, spesso troppo facilmente, vengono liquidati come misteriosi e inspiegabili.

A partire dal prossimo 29 settembre, soci e simpatizzanti del CICAP si riuniranno per il CICAP-Fest, il XIV Convegno Nazionale CICAP, che si terrà a Cesena e vedrà avvicendarsi sul palco più di ottanta relatori, tutte figure di spicco per chi ama la scienza, ma è appassionato di mistero. Accanto a conferenze, laboratori e dibattiti, sono previsti gli interventi di Piero Angela ed Enrico Mentana, portavoci d’eccezione dell’impegno instancabile del Comitato, ma ci saranno anche serate speciali dedicate al divertimento, grazie alla partecipazione di Silvan, Raul Cremona e la Banda Osiris.


www.cicap.org


mercoledì 28 giugno 2017

Tre buone ragioni per… leggere Autori Italiani


Mettiamo subito in chiaro una cosa: leggere è importante, sempre e comunque, a prescindere da chi e cosa si stia leggendo. Libri in lingua originale o tradotti, autori stranieri o italiani: leggere è uno stile di vita, un modo di essere, una forma mentis nel senso che contribuisce a dare forma alla nostra mente, sin da quando impariamo l’A-B-C. Ma, una volta esauriti i classici e identificati più precisamente i nostri gusti letterari, è importante iniziare a guardarsi intorno e a selezionare, tra le nostre letture, anche autori italiani contemporanei vivi e vegeti. Ce ne sono tanti, infatti, più o meno conosciuti, che scrivono davvero bene e pubblicano con piccoli e grandi editori o, persino, autonomamente, ma che, prima di tutto, hanno molte storie da raccontare. Perché vale la pena conoscerli e valorizzarli? Ecco le nostre tre buone ragioni per leggere autori italiani e, perché no, “metterne uno in valigia”, prima di andare in vacanza!

1.      Lingua è cultura. Oggi ci sentiamo tutti cittadini del mondo e la contaminazione tra le tradizioni provenienti da ogni parte del globo è tale, da provocare profonde modificazioni anche nel linguaggio di tutti i giorni, ma non bisogna dimenticare che lingua è anche sinonimo di cultura. Leggere autori che conoscono a fondo la lingua italiana e che raccontano storie nate e pensate in lingua italiana fa aumentare, di riflesso, la nostra stessa padronanza della lingua e, di conseguenza, il nostro vocabolario e la nostra capacità di formulare pensieri e concetti, proprio come accadrebbe con altre lingue. Solo con queste basi solide saremmo veramente pronti a lasciarci andare anche a tutto il resto e lo scambio tra culture sarà equo.

2.      Solo i lettori possono rendere gli scrittori dei veri professionisti. Ormai lo abbiamo imparato: scrivere, soprattutto nel nostro Paese, è sempre meno un mestiere e sempre più un semplice passatempo, perché l’editoria è in crisi e si legge così poco, da non permettere agli autori di vivere di scrittura. L’unico insindacabile giudice del lavoro dello scrittore, per quanto influenzato dalla pubblicità e dal marketing, è il lettore. Un lettore vorace, esigente, informato e in grado di andare oltre le classifiche delle grandi catene di librerie può trasformare un autore dilettante in un vero professionista, col suo seguito e col suo dignitoso stipendio per potersi dire tale, tra alti e bassi.


3.      Agli autori italiani potete “stringere la mano”. Ci lamentiamo sempre più spesso di quanto sia “costoso” il tempo libero, ma, se siete in cerca di un evento che potrebbe portarvi unicamente un guadagno a costo zero, dovete andare alla presentazione di un libro! È lì, infatti, che potrete stringere la mano ai vostri autori preferiti, in particolar modo italiani. Potrete fare loro domande, complimenti, critiche e, in ogni caso, chiedere conto del loro operato in uno spazio neutro, messo a disposizione da un libraio magari. E, solo se rimarrete soddisfatti di ciò che gli autori vi risponderanno, eventualmente, potrete acquistare il loro libro, dopo aver guardato negli occhi qualcuno che, come si dice, ci sta mettendo faccia, oltre che la penna. Nessun altro artista dà così tanta fiducia al proprio pubblico.

mercoledì 14 giugno 2017

Viviana Leo: il filo magico che lega alla scrittura


Credete nella magia dell’amore a prima pagina? Succede solo coi libri scritti col cuore di iniziare a leggerli quasi per caso e ritrovarsi, qualche ora dopo, a sentirne già la mancanza, perché li abbiamo divorati tutto d’un fiato. La magia è senza dubbio un ingrediente importante delle storie di Viviana Leo, soprattutto nel suo ultimo libro, “Questo piccolo grande errore”, Newton Compton, perché è proprio da uno stravagante incantesimo che tutto ha inizio. Ma, anche quando non è la magia a dare il via ai suoi romanzi, Viviana Leo riesce a creare la giusta atmosfera per incantare i suoi lettori, legandoli a sé con quello stesso invisibile filo rosso che lega Lucy e Steven, i protagonisti del suo ultimo libro.
Lucy è una ragazza come tante, piena di insicurezze e con qualche rotondità che, però, non le impedisce di andare a divertirsi con le amiche. Ed è proprio dopo una serata in discoteca che hanno inizio una serie di eventi così incredibili, da sembrare solo frutto della fantasia. Lucy, infatti, si sveglia nel letto di Steven Darrin, un famoso attore per il quale ha un debole da sempre e, come se non bastasse, i due solo legati da un sottile filo rosso che solo loro sembrano poter vedere e che non riescono a tagliare in nessun modo. Come è stato possibile? E cosa fare per rimediare? Sembra proprio che neppure il mago al quale Lucy ha fatto visita per gioco la sera precedente possa spezzare l’incantesimo. Chissà che, tra una peripezia e l’altra, non sia l’occasione per Lucy e Steven di scoprire lati inaspettati delle reciproche personalità, fino a capire che l’amore è più imprevedibile della magia stessa.
Lucy non è il solo personaggio del quale vi innamorerete: Alice e Lisa, infatti, protagoniste rispettivamente di “Fammi dimenticare la pioggia” e “Sei solo mio”, entrambi editi da Newton Compton, sono molto diverse tra loro, ma rispecchiano la crescita di un’autrice ormai pronta per affrontare temi sempre più complessi, accanto all’amore e all’amicizia.
Eclettica, romantica e determinata, Viviana Leo ha il pregio di saper mettere su carta storie semplici che riescono a far sorridere, regalando quelle emozioni che si provano solo quando un personaggio nel quale è facile immedesimarsi, realizza un sogno, trova un amore o si rende conto che, anche nelle avversità, un pizzico di dolcezza fa vedere tutto più rosa.



Emozione, passione e un pizzico di magia: tre elementi che, in modi diversi e sempre nuovi, contraddistinguono le tue storie. Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autrice sei: segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo ben preciso al quale non sai rinunciare?

La mia esigenza di scrivere nasce da dentro ed è difficile da spiegare, è come un fuoco che mi scorre nelle vene e ha bisogno di essere liberato attraverso la tastiera del pc. Ecco, non riesco a trovare paragone migliore. Io di solito seguo l’ispirazione, ovvero accendo il computer, apro il file Word e spero che le parole vengano. Se non lo fanno, ascolto musica per un po’ e riprovo. Se ancora non succede nulla, spengo il pc e faccio una passeggiata immersa nella natura. Di solito questo metodo mi aiuta molto. Ma no, non ho degli schemi. La scrittura è prima di tutto passione e credo che la passione non possa essere imprigionata in qualcosa di rigido e schematico.

Di sicuro le storie d’amore non passano mai di moda. A cosa è dovuto, secondo te, l’enorme successo del rosa in tutte le sue sfaccettature? Come mai hai deciso di dedicarti a questo genere così fortunato e cosa ti caratterizza?

Credo che la maggior parte di noi abbia bisogno di un pizzico di romanticismo che colori le giornate, soprattutto perché si sente il bisogno di sognare. Non ricordo chi ha detto la frase: “Gli uomini di carta sono migliori di quelli di carne” e, anche se triste, temo sia vero. Nei libri possiamo cercare la perfezione che nella realtà non troviamo o che speriamo di trovare, o desiderare di essere qualcuno che non siamo. In fondo cosa c’è di male? Tanto poi ci pensa la realtà a riportarci con i piedi per terra, ricordandoci che la perfezione non esiste! A me il rosa è sempre piaciuto, sia leggerlo che scriverlo, ecco perché ho deciso di trattare questo genere. Quello che mi caratterizza? Non so, forse il fatto che i miei protagonisti siano persone normali. Nessun miliardario, nessun super uomo o super donna, solo ragazzi con i loro pregi e i loro difetti.  


Lucy, Alice e Lisa: le protagoniste dei tuoi romanzi sono ragazze molto diverse tra loro che, però, hanno in comune la perseveranza nel voler realizzare i loro sogni. Come le definiresti? In generale, come delinei i personaggi delle tue storie e le vicende che li coinvolgono?

Le definirei sicuramente testarde, perché tutte e tre sanno quello che vogliono, sanno come sono e non hanno problemi a cacciare le unghie quando serve.
I miei personaggi di solito nascono nella mia testa da qualche episodio che mi accade nella realtà o dai racconti della gente, la stessa cosa accade per quanto riguarda le vicende che ruotano attorno a loro. Sono una che ama ascoltare e mettere su carta…

Per saper scrivere bene occorre, senza dubbio, leggere tanto. Quali sono i tuoi autori e autrici di riferimento? Se avessi una macchina del tempo quale grande scrittore del passato ti piacerebbe incontrare e perché?

Avendo studiato Lettere sono partita dai classici, per poi arrivare ai contemporanei. Tra questi adoro Gabriel García Márquez, Patricia Cornwell, L. Hamilton, Amabile Giusti, Sara Pratesi, Laura Pellegrini, Fabiana Andreozzi, Alessia Cucé e tantissimi altri. Leggo davvero molto, sarebbe impossibile citarli tutti!
Mi piacerebbe tantissimo incontrare Dante, perché ho adorato la Divina Commedia e amo il fiorentino, quindi sarei felice di parlare con lui di letteratura. Un sogno!


A cosa stai lavorando attualmente? Raccontati quali sono i tuoi programmi per il futuro.


Attualmente sto lavorando a un libro molto più impegnativo rispetto ai miei precedenti, perché tratta la violenza sulle donne, in particolare la violenza domestica. Non so se vedrà mai la luce, ma lo sto scrivendo, poi si vedrà. I miei programmi per il futuro sono uguali a quelli di qualche anno fa: scrivere, scrivere e scrivere, impegnandomi a migliorare ogni giorno di più. Spero di riuscirci, perché la scrittura è la mia vita e ho intenzione di proseguire questa strada.