mercoledì 15 novembre 2017

Carlo Frilli: celebrando mio padre, Marco Frilli

Carlo, Marco e Giacomo Frilli

Le storie migliori, più toccanti e intense, sono quelle che prendono spunto dalla realtà e si mescolano con la fantasia e la creatività della penna che le ha catturate. Così come ci sono personaggi letterari talmente vividi, da far parte della quotidianità e non solo dell’immaginario dei milioni di lettori che li conoscono, esistono persone che tornano a vivere tra le pagine di un libro quando il destino se l’è portate via troppo presto e vengono celebrate così, in punta di anima e tastiera, dagli autori che loro stesse hanno contribuito a formare e a far esprimere.
“Una finestra sul noir”, l’antologia edita da Fratelli Frilli Editori e curata da Armando D’Amaro, con la prefazione di Valerio Varesi, fa proprio questo: in circa quaranta racconti scritti da oltre quarantacinque tra i migliori autori della scuderia Frilli fa rinascere il fondatore di questa Casa Editrice tanto amata dal pubblico di lettori, Marco Frilli, prematuramente scomparso poco più di un anno fa nel giorno del suo sessantottesimo compleanno.
Chi conosce la passione e l’impegno che Carlo e suo fratello Giacomo hanno messo nell’affiancare il padre Marco nella gestione della casa editrice di famiglia, conosce anche la qualità dei loro libri e la grinta dei loro autori, fili di perle in un mondo editoriale sempre più improvvisato e superficiale. La Fratelli Frilli Editori è la testimonianza di come gli scrittori e gli editori più autentici e impegnati a rendere queste professioni sempre più rigorose siano artigiani della narrazione e artisti della fantasia, in grado di collaborare e cooperare per portare avanti i reciproci interessi per il bene del lettore.
Il trasporto col quale Carlo Frilli ricorda suo padre nella chiacchierata che segue non è solo una lezione per qualsiasi aspirante editore, ma anche lo specchio della parte migliore del nostro Paese che è in grado di ideare, creare e costruire, giorno dopo giorno, eccellenze perfino nei settori più complessi, facendo anche dei legami familiari una forza con cui affrontare il mondo, con fiducia e rispetto e della relazione tra un padre e un figlio un terreno su cui seminare qualcosa da tramandare di generazione in generazione.
Ciò che caratterizza la Fratelli Frilli Editori, oltre alla iniziale connotazione territoriale che si è poi espansa su tutto il territorio nazionale, è l’esclusiva dedizione al mondo del giallo in tutte le sue declinazioni. Dal noir, al poliziesco, passando per il giallo classico e il thriller, il fiuto di Marco Frilli per gli autori che si cimentano in questi generi è così proverbiale, da essere diventato una leggenda nel settore. E la devozione con cui Carlo e suo fratello Giacomo hanno fatto di questa peculiare tradizione, insita nel loro stesso sangue, un segno di distinzione e professionalità è ciò che più ci fa amare i loro autori e le loro storie. Storie appassionanti, talvolta ruvide, talaltra nostalgiche, commoventi e allo stesso tempo ironiche, ma tutte contrassegnate da quella magia che va oltre la creatività e la fantasia e fa sentire, tra le pagine di ciascuno dei loro libri, l’autenticità di chi li ha resi una realtà condivisibile da tutti.



Un Editore in famiglia, è proprio il caso di dirlo, vista la tradizione che accompagna la Fratelli Frilli Editori, una Casa Editrice nata a Genova nel 2000 dall’estro creativo di Marco Frilli, prematuramente scomparso lo scorso anno. Cosa significa oggi essere un Editore di qualità nel nostro Paese?

Un Editore in famiglia ma soprattutto un Editore indipendente in uno dei Paesi con la più bassa percentuale di lettori al mondo. Sulla carta può sembrare un suicidio premeditato, ma noi ci occupiamo invece di omicidi, delitti e crimini e, forse proprio questo, ci ha, in parte, salvato dalla crisi e dalla penuria di lettori. Essere editori ed esserlo, in particolare, in questi anni è veramente impresa ardua. La Fratelli Frilli Editori, grazie al suo fondatore Marco Frilli, ha però seminato molto bene negli anni passati e oggi al sottoscritto amministratore delegato rimane il compito di portare avanti il progetto nel migliore dei modi. La mancanza di una guida capace come mio padre si fa sentire ogni giorno, si fa sentire allo stesso modo di ciò che di lui più amavamo. Ma in quest'anno credo di aver dimostrato di poter riuscire a reggere bene al contraccolpo e, allo stato attuale, manteniamo saldamente le nostre posizioni faticosamente conquistate nel mercato editoriale.

Facciamo un bilancio della vostra attività in questi anni di grande cambiamento in ambito editoriale: quali sono gli obiettivi raggiunti e quali le difficoltà che affrontate quotidianamente?

Il primo obiettivo raggiunto e che continua a essere la nostra priorità è quello di offrire ai nostri lettori proposte qualitativamente alte. La ricerca di nuovi autori è incessante e solo nell'anno in corso siamo orgogliosamente riusciti a lanciare sul mercato sette autori esordienti con ottimi risultati di vendite. Il lettore da tempo si fida delle nostre scelte e sperimenta i nuovi autori acquistandoli e leggendoli con pressoché unanimi buoni giudizi. La Fratelli Frilli Editori sta inoltre riuscendo a consolidare, anno dopo anno, la sua immagine di editore soprattutto nel settore del giallo- noir italiano. Le difficoltà non mancano e sono molteplici, una su tutte è la delicata questione distributiva e promozionale. La Frilli si affida a distributori regionali e, pur coprendo il 70% del territorio nazionale, soffre di una promozione talvolta pigra e altre volte incapace di scardinare la diffidenza o la scarsa conoscenza/esperienza libraria da parte delle librerie, in particolare quelle di catena. Queste ultime oramai rappresentano la fetta più ampia del mercato ma sono anche le più difficili da gestire. Si aggiunga poi che le librerie indipendenti sono, invece, negli ultimi anni diminuite a vista d'occhio lasciando un vuoto incolmabile nel già povero panorama editoriale.

Per celebrare la memoria di Marco Frilli è appena uscita un’antologia di racconti noir intitolata “Una finestra sul noir”, a cura di Armando D’Amaro, che coinvolge circa quaranta affezionati scrittori della vostra scuderia: raccontaci chi era Marco, tuo padre, e la genesi di questo ambizioso progetto.

Nell'ottobre dello scorso anno, il giorno del suo sessantottesimo compleanno, mio padre è mancato, dopo aver combattuto la malattia dall'inizio dello stesso anno. Qualche giorno dopo apro la mia pagina Facebook e tra i tantissimi, sentiti, affettuosi ed emozionati commenti due mi colpiscono in particolar modo. Sono quelli di due nostri autori Frilli, Piero Castoldi e Ippolito Edmondo Ferrario. I due, senza nemmeno essersi preventivamente messi d'accordo, avevano avuto la stessa originale idea. I loro protagonisti di carta e inchiostro incontrano mio padre in una dimensione di fantasia che permette a tutti noi di far rivivere il compianto Marco Frilli. A me e all'amico e scrittore Armando d'Amaro, divenuto poi il curatore del volume, è piaciuto talmente tanto questo metodo di ricordarlo che abbiamo voluto farlo nostro dando vita al progetto di un'antologia cui abbiamo dato il titolo di “Una finestra sul noir”. La risposta da parte di quasi tutti gli autori è stata entusiastica e immediata. Anche chi non lo conosceva ha preso informazioni, mi ha scritto o telefonato catturando dettagli e particolari come tanti investigatori alla ricerca di elementi per dare forma a racconti divertenti e densi di affetto, malinconia e tanta umanità. La stima, la riconoscenza e la gratitudine dovrebbero sempre mettere d'accordo tutti e questo è ciò che è accaduto per i 46 scrittori che hanno voluto dare il loro contributo scritto in questa prima antologia. Ne seguiranno altre, ogni anno a ottobre, per far rinascere la figura di mio padre e la voglia di scoprire ancora altri autori Frilli.

Prima Presentazione dell'antologia "Una finestra sul noir", Fratelli Frilli Editori, presso la Libreria Feltrinelli di Genova il 27 ottobre 2017

Com’è di solito il rapporto coi vostri autori? È ancora possibile dedicarsi alla scoperta di nuovi talenti e dar loro fiducia? E come ci si pone, invece, con le firme ormai note al pubblico di lettori?

Lettori, addetti ai lavori, librai, blogger, giornalisti hanno notato che con la maggior parte dei nostri autori esiste un rapporto davvero splendido. Si parla sempre, o comunque troppo spesso con grande facilità, di amicizia e amici veri (come se poi fosse normale far coesistere una categoria di amici falsi!). Lo faceva mio padre e lo continuo a fare anch'io e credo che, se alla base dei rapporti professionali dimorano quelli dell'educazione e della stima reciproca, si possa ben pensare che ci siano anche i presupposti per una durevole amicizia. Talvolta i rapporti si possono poi incrinare, ma questo fa parte del gioco, anche se sarebbe sempre opportuno riconoscere gratitudine e riconoscenza a chi ci ha dato fiducia.
Come anticipato in una delle mie precedenti risposte, abbiamo tra le nostre priorità quelle di far conoscere tanti nuovi bravi e talentuosi autori. La risposta del pubblico in tal senso è sempre più positiva e questo, naturalmente, ci conforta e sprona a continuare su questa strada.
Sono anche lettore, nei rari ritagli di tempo tra un manoscritto e l'altro, di autori famosi e riconosciuti come importanti firme nel mondo editoriale. Dal maestro Andrea Camilleri a Valerio Varesi, Margherita Oggero, Maurizio De Giovanni, Marco Vichi, Carlo Lucarelli, Marco Malvaldi, Massimo Carlotto e da tantissimi altri abbiamo solo da imparare, sono un punto di riferimento par la nostra attività e a loro va tutta la nostra gratitudine. Con alcuni di essi talvolta ci si incontra o ci si sente per mail o al telefono e rimango sempre molto meravigliato e un po' imbarazzato dalle loro confortanti parole di ammirazione e apprezzamento verso la nostra produzione.

La vostra Casa Editrice è specializzata in tutte le declinazioni del giallo, dal noir, al thriller. Come è nata questa scelta di genere e quali sono i vostri progetti per il futuro in merito?

Continueremo senz'altro a pubblicare vecchi e nuovi autori nella nostra collana noir, lo faremo con immutato impegno, osservando e ascoltando sempre ciò che il nostro pubblico è pronto a suggerirci. Prima che nascesse la Fratelli Frilli Editori eravamo ingordi lettori di gialli. Mio padre ha sempre coltivato una particolare passione per il giallo italiano, pur avendo come riferimento Simenon e il suo Maigret. Non scorderò mai quel giorno che arrivòa casa portando, dal rientro da lavoro, un agile volumetto in formato tascabile dal titolo “I cioccolatini di Soziglia” un giallo ambientato a Genova con una bella trama e con una scelta ambientale assolutamente azzeccata. Posso senz'altro dire che la Frilli nasce da questo suo aver apprezzato quel romanzo e più in generale il genere che poi ha saputo modellare a suo piacimento.
Ho ereditato la passione e un po' della follia che hanno contraddistinto la carriera di editore di mio padre. Si deve rischiare per poter tentare di dar vita a delle imprese. Ho un progetto legato in qualche misura con quella che è la nostra specializzazione e, se non ci saranno contrattempi, spero di potervelo presentare ufficialmente nella prossima primavera. Sino a oggi ci siamo proposti a un pubblico adulto, attento e spesso molto preparato in tema di romanzi di indagine. La sfida prossima è quella di riuscire a catturare anche il pubblico dei più giovani. Lettori ancor più difficili, poiché non ancora coscienti di essere lettori. La nostra speranza è quella di catturare la loro attenzione e di fargli scoprire il lettore che è dentro ognuno di loro. Incrociamo le dita!

Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia che nel tuo percorso da Editore è rimasta particolarmente impressa nel tuo cuore di uomo e di imprenditore, anche come insegnamento che tuo padre, Marco, ti ha lasciato in eredità.

Conservo tanti piccoli ricordi che per me sono grandi e importantissime occasioni di ritrovarmi serenamente a rivivere l'esperienza lavorativa con mio padre. Poi ne custodisco gelosamente molti altri che fanno parte di una sfera più intima e privata. Una mattina arrivai in casa editrice e, come spesso accadeva, mio padre era già sul posto di lavoro. Mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che quella notte aveva portato a termine la lettura di un testo di uno scrittore milanese di sicuro talento. Me lo disse con quella certezza che già in molte altre occasioni aveva avuto pubblicando altri autori esordienti, ma quella volta negli occhi e nel tono della sua voce c'era qualcosa di nuovo. A distanza di nemmeno un anno quell'autore esordiente con il suo primo titolo “Il giallo di via Tadino” vendette oltre ventimila copie! Seguirono altri tre titoli che ricalcarono il medesimo successo, portandolo inevitabilmente ad essere oggetto di curiosità e interesse di molti grandi editori italiani. Dario Crapanzano, da lì a poco, passò alla Mondadori, dopo una serrata trattativa portata avanti magistralmente da mio padre. Era orgoglioso del risultato portato a casa grazie al suo innato intuito. Quando si parlava dell'affare Crapanzano, i suoi occhi, il suo sorriso e il tono della sua voce erano gli stessi che avevo visto quella mattina, gli stessi che non dimenticherò mai.





www.frillieditori.com



giovedì 2 novembre 2017

Adriano Mancini: “Recycle & Refine”, storia del riciclo artistico


Come si definisce un artista? Cosa lo caratterizza? E cosa lo rende tale? Se ci fosse un’unica risposta a queste domande così complesse, probabilmente si snaturerebbe il significato stesso del concetto di arte intesa quasi come un’esigenza, una missione, uno stile di vita. Tuttavia una cosa è certa: ciò che rende grande un artista, oltre al talento, alle tecniche e allo studio, è la profondità del messaggio che vuole trasmettere con le sue opere attraverso un’idea e un racconto che, invece di essere veicolato dalle parole, è espresso dalle immagini, dai materiali, dagli oggetti e dal loro eventuale utilizzo quotidiano.
Questo è esattamente ciò che si propone di fare Adriano Mancini, classe 1980 e di professione perito meccanico, che, di sentirsi chiamare artista proprio non ne vuole sapere, ma ha le capacità e la sensibilità di dare nuova vita a tanti oggetti solo apparentemente inutilizzabili come soltanto un vero creativo, artista e artigiano nello stesso tempo, saprebbe fare. Traendo ispirazione dalla nota massima di Lavoisier, secondo cui in natura “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, Adriano Mancini è in grado di creare accessori di uso quotidiano da oggetti che hanno ormai assolto i compiti originari per i quali erano stati costruiti e che, altrimenti, sarebbero destinati all’oblio e alla distruzione, unendo arte e scienza in un connubio dalle sfaccettature sorprendenti.
È così che bottiglie, filtri d’acqua e vecchi tubi idraulici si trasformano in lampade, punti luce e piantane dal design unico e irripetibile. Da questa cultura del riciclo artistico nasce il progetto “Recycle & Refine”, un’idea imprenditoriale originata dalla collaborazione di Adriano Mancini con alcuni amici creativi e appassionati del settore che lo hanno spronato a mettersi in discussione e lo supportano. Le opere nate in seno a questo progetto saranno in esposizione sabato 11 e 18 novembre 2017, a partire dalle ore 18, presso il Ristorante “Giusto Gusto – Sicily”, in via Raffaele Cadorna 24, Roma, per proporre a tutti gli ospiti che interverranno un imperdibile percorso artistico-gastronomico tra le prelibatezze culinarie della tradizione mediterranea e le sorprendenti emozioni dell’esperienza del riciclo nell’arte e nell’artigianato contemporaneo che possono impreziosire la nostra vita quotidiana.


Se, in natura, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, anche ciò che è stato utile all’uomo ha diritto a una seconda vita: una filosofia che sembra calzare alla perfezione alle tue opere ingegnose e originali. Raccontaci com’è nata questa esigenza di trasformare oggetti di tutti i tipi ormai in disuso.

Questa domanda apre un argomento vastissimo e, posta in maniera diretta, affonda le mie radici nel continuo dissidio interiore tra valore della vita e timore della morte.
Vedo nei pezzi abbandonati a lato di un cassonetto o messi in vendita da un nipote che non vede l’ora di prendere gli spazi di famiglia dopo la morte dell’ultima nonna, una vita finita con la sua immensa voglia ancora di raccontarsi. Puoi immaginare, ad esempio, il tavolo di una cucina di una casa del 1900 quante pagine di vita e di generazioni ha vissuto? Mi piace fantasticare sulla storia di ogni singolo oggetto e riscriverla. Il riuso in realtà, a mio avviso, non è altro che una strada verso la condivisione e l’immortalità.
Già le religioni precristiane fondavano tutto su questo credo: la morte era necessaria per creare la vita; l’inverno e la primavera erano le due facce della stessa medaglia. Lo stesso è per il riciclo: occorre che qualcosa cessi il suo ciclo originario per essere reintrodotta nel mondo sotto nuove vesti.
Credo non ci sia nulla di più bello nella vita delle “seconde opportunità”. Io cerco di dare queste nuove opportunità di vita agli oggetti. Siamo impotenti di fronte alla morte, ma, come vedete, possiamo beffarla, in un certo senso…

Tra bottiglie che diventano lampade e cartelli stradali che si trasformano in tavolini, sembra non esserci limite alla fantasia per coniugare arte e vita quotidiana. Quali sono gli oggetti più strani che hai lavorato? Svelaci qualche aneddoto…

Strano è un termine dal significato molto personale. Basti pensare che in Cina i cani sono venduti nei banchi del mercato, e io, invece, ne ho una dentro casa che considero un membro di famiglia!
Comunque, accettando l’accezione comune del termine, sicuramente non posso non citare la mia perenne opera inconclusa: un sifone di un bagno coniugato ad un pezzo di meccanica di precisione. È lì sul mio tavolo da mesi e ogni giorno lo reinvento e reinterpreto, non ho ancora, evidentemente, trovato la sua collocazione.
A questo punto è chiaro che per me l’opera migliore, la più strana, è quella che ancora deve divenire, perciò non posso che dare una minuscola anticipazione su un’altra mia anomalia di progetto: uno schedario da scrivania anni Settanta che diventerà una boom box.
Il resto, che ci crediate o no, il realizzato, per me, diventa parte di vita e quindi normale, sempre nell’accezione comune del termine, ergo se l’ho pensato e l’ho fatto, ora di diritto esiste.
Sarò un po’ Alice nel Paese delle Meraviglie, ma in questo posto io ci sto proprio comodo!

Che cosa significa essere un aspirante artista nella società di oggi? Che ruolo ha, o potrebbe avere, l’arte in un periodo di precarietà come quello che stiamo vivendo? Facciamo anche un bilancio della tua esperienza recente.

Innanzitutto il termine “artista” lo trovo inflazionato e non sempre calzante. Piuttosto preferirei fare una riflessione su cosa significhi essere completamente se stessi al giorno d’oggi. È difficile spiegarlo, ogni volta che affronto una creazione sono di fronte a un’enorme sfida: l’invenzione. Inventare significa rompere gli schemi, avere voglia di guardarsi dentro e il grosso rischio è quello di non trovarci nulla di interessante. Ma è un rischio che sono disposto a correre.
A ogni modo, il settore che sento più mio, quello che ho scelto, ai giorni nostri potrebbe essere una grossa opportunità. Opportunità di partecipare in maniera costruttiva anche a molti problemi moderni come lo smaltimento dei rifiuti. Mi spiego meglio: provate per un istante a pensare se le isole ecologiche fossero aperte al riuso (attualmente la legge vieta tassativamente di effettuare qualunque operazione in merito). Sapreste immaginare che bacino di meraviglie destinate al macero sarebbero disponibili? Si potrebbero raccontare tante di quelle storie anche solo passeggiando tra i vari cassoni di raccolta. Oltre ai costi risparmiati per lo smaltimento, si creerebbero utili da “materia morta”. Naturalmente andarlo a spiegare alle mafie che regolano questi ambienti non sarebbe proprio semplice! Se accettiamo il termine, sarò un artista, molto meno un eroe probabilmente…

Immagina di poter viaggiare su una macchina del tempo: quali sono i tuoi Maestri di riferimento? A quali Movimenti Artistici del passato ti rifai? E a quale artista ti piacerebbe stringere la mano se potessi tornare indietro?

Premetto che la mia estrazione culturale è di tipo tecnico. Nella vita sono un perito meccanico e quindi non ho affrontato complessi e approfonditi percorsi di studi in merito all’arte nei secoli. So, però, per certo di avere nel mio DNA geni di artista: il mio bisnonno, a quel che mi raccontano, in quanto io non ho mai avuto la fortuna di conoscerlo, costruiva qualunque cosa servisse per la casa, perfino la casa stessa, con quel poco che si trovava a disposizione ai suoi tempi, periodo di guerra compreso. Forse da qui viene la mia intraprendenza e la mia apertura mentale verso ogni tipo di materiale. Detto ciò, indubbiamente nutro una profonda stima per tutti coloro che hanno avuto il coraggio di concretizzare una propria idea. Siederei ore in silenzio a osservare Da Vinci mentre disegna calmo e metodico sul suo quaderno o a guardare Gustave Eiffel mentre progetta la sua torre definita dagli studiosi dell’epoca impossibile. Non posso poi non pensare a Tesla. D’altronde ho fatto lo stesso per anni in una bottega artigiana di Ovindoli durante le mie vacanze estive: ore e ore a osservare tale artista Bottone, trasformare tronchi di legno in elfi, gufi, mensole… che spettacolo!
Ma, sostanzialmente, vorrei avere la macchina del tempo per andare a scovare tutti quei geni di cui oggi non abbiamo traccia, e non l’abbiamo solo perché non hanno avuto il coraggio o l’opportunità di esprimersi… Vorrei convincerli, aiutarli a farlo: questo sarebbe un bell’uso della macchina del tempo!

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Da poco ho fondato, grazie anche al supporto di alcuni amici appassionati, il progetto Recycle & Refine. Tutto nasce quasi per caso: due amici e vicini di casa, assieme alla mia compagna hanno visto in anteprima alcune delle mie creazioni e, opera dopo opera, abbiamo deciso di creare una sorta di gruppo di lavoro in cui condividere queste nostre attitudini verso arte, artigianato e riciclo. Un progetto comune che ci vede impegnati nel promuovere i concetti di riciclo e riuso, portando in giro le nostre opere e farle conoscere. Mi piace parlare al plurale e ritenere queste opere un po’ di tutti noi, anche se concretamente sono io a realizzarle, perché, senza questi insostituibili compagni avventura, forse non avrei mai avuto il coraggio di esprimermi con questa naturalezza. Inevitabile che ci sia una forte componente edonistica in tutto ciò, ma la parte sociale e quindi di condivisione a mio avviso la fa da padrona.
L’11 e il 18 Novembre avremo un a grossa opportunità: grazie alla collaborazione con un neonato e interessante locale del centro di Roma, “GiustoGusto – Sicily”, potremo coniugare i sapori della cucina Siciliana coi sensi estetici delle mie creazioni in una esposizione evento che ci permetterà di raccontare a tutti coloro che interverranno le emozioni che ci sta regalando questo progetto appena nato. Quindi ad oggi il mio tempo libero è volto alla creazione e alla riuscita di questo evento.
Nel senso più pratico della domanda, ho sempre più progetti in testa di quanti ne possa concretamente portare avanti. Spesso mi si vede immobile e tutti pensano che sia tempo lasciato lì, in realtà sto mediando tra le varie idee e valutandole, perché, mai frase fu più rappresentativa di me, mentre apro il verde… poi prendo la sega... infine richiudo e poso e passo al rosso e al cacciavite… come diceva Walt Whitman: “Mi contraddico?”. Certo che mi contraddico! Sono spazioso, contengo moltitudini...

Comunque tutte le opere finite e in corso di lavorazione sono visibili sulla nostra pagina Facebook, su Instagram e sul nostro sito… Vorrei aprire un canale diretto con chi sposa questo progetto pubblicando le varie fasi delle operazioni di recupero e acquisendo i pareri di chi ci osserva: sarebbe bello riuscire a creare un pezzo che racconti qualcun altro, dopo molti che parlano di me!



mercoledì 18 ottobre 2017

Simona Leone: il miglior esordio letterario dell’anno


Il successo di un libro è direttamente proporzionale all’interesse che il lettore sviluppa per il destino di tutti i personaggi principali coinvolti e, in particolare, alle risposte che tenta di darsi alla fatidica domanda che ognuno si pone dopo aver letto l’ultima pagina: cosa sarà successo dopo? La curiosità per il futuro dei protagonisti da parte del lettore è il primo fondamentale ingrediente che dà la spinta a ogni autore per ideare la prossima avventura su carta, a prescindere dall’intreccio di ogni singola storia. E quando questo desiderio di inoltrarsi nelle vite dei personaggi nasce già dalla lettura di un romanzo d’esordio, le premesse per una lunga carriera da scrittore sono ottime, almeno quanto le aspettative del lettore stesso.
Questo è esattamente ciò che accade leggendo “Ultimo compleanno”, il primo libro di Simona Leone, edito da Fratelli Frilli Editori, un noir appassionante, estremamente attuale e costruito con massima cura per i dettagli, sia per quanto riguarda gli sviluppi della storia, sia per quanto riguarda lo stile maturo, equilibrato e coinvolgente.
La protagonista si chiama Lisa, ha 25 anni ed è una giornalista free lance che ogni giorno si barcamena tra l’incertezza di un perenne precariato lavorativo ai limiti dello sfruttamento e il senso di inadeguatezza verso Sofia, la figlioletta di 7 anni che si è ritrovata a crescere da sola dopo un divorzio. Quando Lisa si mette a indagare sul caso di scomparsa di Pietro, un bambino che ha la stessa età di sua figlia, il confine tra professione e vita privata si assottiglia, lasciando che molte paure insite nel cuore di ogni madre prendano prepotentemente il sopravvento, nonostante Lisa cerchi di mantenersi il più distaccata e professionale possibile, fino a un epilogo al cardiopalma, denso di inaspettati colpi di scena. Questo continuo fondersi e spesso confondersi tra la caotica vita privata di Lisa, combattuta tra il desiderio di gettarsi in una nuova storia d’amore e il proposito di essere una madre più equilibrata di quanto non lo sia stata la sua, rende la lettura estremamente scorrevole, ma anche ricca di spunti di riflessione. Cosa accadrà tra Lisa e Guido, l’affascinante vicino di casa dal quale è sempre più attratta? Riuscirà Lisa a scrollarsi di dosso i sensi di colpa che l’accompagnano quotidianamente nell’educazione di Sofia? E come andrà a finire, invece, il burrascoso rapporto che Lisa ha con sua madre? Il successo di questo primo libro di Simona Leone è proprio nella ricerca alle risposte a queste domande che nascono alla fine della lettura, quando l’enigma giallo è risolto, ma la vita dei protagonisti sembra proseguire, proprio come quella dei lettori, in un fantastico e non troppo lontano universo parallelo.

Simona Leone alla prima presentazione del libro alla Libreria Feltrinelli di Piazza C.L.N., Torino

 Un bambino misteriosamente scomparso e una giovane giornalista che si ritrova a conciliare un’indagine sempre più torbida con una complicata vita privata: sono questi gli elementi di “Ultimo compleanno”, Fratelli Frilli Editori, il tuo romanzo d’esordio. Raccontaci la genesi di questa storia: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Sono sempre stata una lettrice appassionata, soprattutto di gialli e noir. Nel momento in cui ho deciso di provare a raccontare una storia, è venuto naturale scegliere lo stesso genere. Essendo mamma di due splendidi bambini, gli articoli di cronaca nera sui minori mi toccano in modo particolare. Più volte mi è capitato di pensare: “E se toccasse a me vivere una situazione simile? E se capitasse qualcosa di brutto ai miei figli?”. Nessuno può considerarsi immune da soprusi o abusi. Si spera di non essere mai coinvolti in fatti violenti, è ovvio. Da questa riflessione, la scelta di incentrare il romanzo sulla scomparsa di un bambino e relativa inchiesta. Sempre sulla scia delle preferenze personali, ho deciso di affiancare all’indagine la vita privata della protagonista. Temi come il precariato e i conflitti generazionali fanno da cornice al nucleo del romanzo.

Che autrice sei: segui l’ispirazione in qualunque ora della giornata o hai un metodo collaudato al quale non puoi rinunciare? Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere?

Scrivo perché non potrei farne a meno. Mi piace troppo! Ho tante storie da raccontare. Secondo me le cose belle, per essere veramente apprezzate, vanno sempre condivise. I libri possiedono una bellezza intrinseca. Tenere un romanzo in un cassetto è privare il mondo di una cosa bella. Se il lettore, arrivando all’ultima pagina, sorriderà soddisfatto, felice d’aver trascorso qualche ora in buona compagnia, allora avrò raggiunto il mio scopo.
Purtroppo ho poco tempo per scrivere. Lavoro, famiglia e casa assorbono la maggior parte della mia giornata. Inoltre ho bisogno dell’ambiente adatto. Tranquillo e senza rumori. In genere la sera, quando tutti dormono, mi ritaglio un paio d’ore per scrivere. Non tutti i giorni, ma cerco di essere costante. Piuttosto mi accontento di mezz’ora. Per fortuna, quando mi siedo davanti al PC, quasi sempre ho già le idee chiare. Perché durante il giorno, quando mi è possibile, penso a cosa scrivere. Dialoghi, colpi di scena, descrizione dei luoghi nascono mentre guido o durante la pausa pranzo. Rosicchio ogni momento, diciamo, di libertà mentale!

Come definiresti Lisa, la giovane giornalista e mamma, protagonista del tuo romanzo? E come hai delineato il mosaico di personaggi che le ruotano attorno?

Lisa ha 25 anni, una figlia, Sofia, di 7 anni ed è una giornalista free lance. Giovane ragazza madre con un lavoro precario. In una parola, un’eroina. Si barcamena come riesce, senza il bagaglio di esperienze di chi ha vent’anni di più. Riconosce gli errori commessi dalla madre e cerca di non ripeterli con la figlia. È una ragazza molto combattuta. Vorrebbe recuperare il rapporto con la mamma e avviare una relazione con Guido, attraente vicino di casa. Ma la paura di fallire e di deludere, non tanto sé stessa, quanto Sofia, la trattiene anche soltanto dal provare.
Cercavo una protagonista in cui il lettore potesse identificarsi. Fragile e forte allo stesso tempo. L’entourage di Lisa è nato di conseguenza. Personaggi ideali per completare lo status della protagonista.  

Oltre all’intreccio giallo, questo romanzo tocca temi estremamente attuali che caratterizzano la vita di molti giovani che si barcamenano tra le esigenze personali, come l’amore e la famiglia, e un mondo del lavoro sempre più spietato e poco gratificante. Come e perché hai deciso di trattare anche questi argomenti, raccontando le vicende che coinvolgono i tuoi personaggi?

Come dicevo, sono un’appassionata di noir. All’interno del genere, prediligo quei gialli dove, accanto all’indagine investigativa, viene inserita la vita privata di uno o più personaggi. Per citare alcuni autori, Camilla Läckberg, Alessia Gazzola, Alicia Gimenez-Bartlett. La suspense tipica del genere, mitigata da momenti narrativi più leggeri.
Un protagonista con una vita complicata e costellata di problemi crea una maggiore empatia con il lettore. Lisa è sempre in ritardo, con il conto corrente tendente al rosso e tormentata da un senso di inadeguatezza nei confronti della figlia. Una donna comune, eppure protagonista di un romanzo. 

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.


Attualmente sto lavorando al secondo romanzo. Si tratta di un sequel, ma non vincolato al primo. I personaggi principali saranno gli stessi, perché i lettori hanno dimostrato un ottimo gradimento. Anche l’ambientazione non cambierà, la provincia sonnacchiosa, ma pronta a risvegliarsi e ad avere un duro impatto con la realtà, e qualche excursus internazionale. Ancora una volta, la vita privata di Lisa si intreccerà con l’indagine e il risultato, ve l’assicuro, sarà esplosivo!      

mercoledì 11 ottobre 2017

Chef In Camicia: storia di Nicolò, Luca e Andrea


La ricetta giusta per una community dedicata al mondo del food che sta spopolando sul Web, un Social dopo l’altro, ha tre ingredienti: un laureato in economia, un tastierista indie e un artigiano della camiceria. Stiamo parlando di Nicolò Zambello, Andrea Navone e Luca Palomba, i tre giovani fondatori di “Chef In Camicia”, un progetto che, a due anni dalla sua nascita è diventato una realtà fresca e originale per raccontare la tradizione della cucina italiana alle generazioni di oggi e che testimonia come, anche in tempo di crisi, con coraggio e determinazione è possibile fare della propria passione un mestiere a tutto tondo.
Dopo il successo della pagina Facebook e del sito Web originali, “Chef In Camicia” si è moltiplicata, approfondendo anche altri settori del food and beverage, come il mondo della cucina vegana e vegetariana con “Chef In Camicia Veggie” e, solo da qualche giorno, l’arte dei cocktail e della mixologia con “Chef In Camicia Cocktails”. La formula, premiata da centinaia di migliaia di follower, è estremamente dinamica e permette di imparare ricette nuove e rivisitate in pochi minuti, grazie a video esplicativi e coloratissimi post, condivisi su tutti i canali Social.
Ognuno dei tre fondatori di “Chef In Camicia” ha un proprio stile e una propria idea di cucina ben precisa che mette a disposizione di tutti gli utenti: se Nicolò predilige una cucina ricercata, tanto negli ingredienti, quanto nelle tecniche utilizzate, Luca preferisce i profumi e i sapori dell’infanzia della tradizione della sua famiglia, mentre Andrea ama approfondire le ricette regionali del nostro Paese e, forse, sono proprio queste peculiarità a rendere questo trio di appassionati chef così irresistibili.
Ma come si costruisce un successo del genere in così poco tempo? E come è cambiata la vita di Nicolò, Luca e Andrea negli ultimi mesi? A raccontarcelo è stato lo stesso Nicolò Zambello, svelandoci i retroscena di un progetto che ha unito ancor di più un gruppo di amici guidati solo dalla passione per la cucina.


Tra fornelli e Social Network, “Chef in Camicia” è diventata una realtà innovativa ed eclettica, che racconta la cultura del cibo italiano. Facciamo un passo indietro nel tempo: come e perché nasce questo progetto? Chi erano gli inventori e chi sono oggi?

Ciao a tutti! Mi chiamo Nicolò e sono uno dei fondatori di “Chef In Camicia”. Si tratta di un progetto che nasce nel 2015 dall’idea di Andrea, Luca e mia, tre amici d’infanzia e sin dalle elementari. Tutti avevamo percorsi di studi differenti e altri lavori, ma avevamo da sempre una passione in comune: la cucina. Così abbiamo deciso di approfondire la nostra formazione in questo ambito e ci siamo lanciati in questa nuova avventura partendo da piccoli catering o eventi ristretti come chef a domicilio. Nell’arco di un anno siamo riusciti ad avere un riscontro economico tale che, nell’aprile 2016, abbiamo deciso di investire i guadagni nella creazione di “Chef In Camicia”, non solo una pagina Facebook, ma una vera e propria offerta digitale a tutto tondo, dal sito alle pagine Social, passando per Youtube.



A volte il nostro destino risiede proprio nel nostro nome: da cosa avete tratto ispirazione per il vostro, “Chef in Camicia”? Dove avete lasciato la divisa?

“Chef In Camicia”, oltre a essere un nome dal suono accattivante, è una vera e propria filosofia di vita per noi. La camicia per un uomo è una seconda pelle, un evergreen col quale non si sfigura mai, è semplice, ma elegante allo stesso tempo e ci avvicina a tutti i nostri follower che hanno in comune con noi la passione per la cucina e il desiderio di sperimentare ingredienti sempre nuovi, senza dimenticare l’importanza della tradizione. La divisa, invece, la lasciamo ai grandi chef che, diciamocelo, a volte se la tirano un po’…



Se doveste fare un bilancio di questa avventura fino ad oggi, quali sono le difficoltà quotidiane contro cui vi scontrate? E quali, invece, gli obiettivi raggiunti?

Le difficoltà iniziali sono state tantissime. All’inizio soprattutto, quando siamo partiti, i nostri catering non avevano una struttura solida, non avevamo un vero e proprio laboratorio e spesso abbiamo dovuto improvvisare qualcosa per non dire di no a grandi eventi, non facendo sempre bella figura. Da questi errori iniziali dovuti all’inesperienza abbiamo capito che quella strada non ci avrebbe condotto ad avere un’azienda ben strutturata, per cui abbiamo deciso di cambiare cimentandoci col mondo del digitale e il risultato raggiunto è stato eccezionale in così poco tempo. Il nostro più grande obiettivo centrato è stato attirare l’attenzione di un gruppo di investitori e di tante società che hanno creduto in noi e hanno deciso di darci fiducia, permettendoci di ambire a nuovi orizzonti.


Una cosa è certa: tutto ciò che ruota attorno al cibo è di grande tendenza negli ultimi anni. Come vi distinguete da questa grande offerta divulgativa, non solo sul Web?

Il cibo, soprattutto nel nostro Paese, è di tendenza oggi e lo sarà per sempre, perché la nostra tradizione è così ricca che deve essere conosciuta e, perché no, anche rivisitata e rinnovata di tanto in tanto. Nel corso degli anni di sicuro sono cambiate le modalità di racconto e di fruizione del mondo della cucina. Con le nuove tecnologie i modi di intrattenere le persone in questo senso sono in continua evoluzione e oggi, accanto a magazine e riviste, ci sono siti, blog e, soprattutto, pagine Social che devono catturare l’attenzione dei lettori senza rubar loro troppo tempo, ma dando anche informazioni di qualità. Quello che ci ha differenziato rispetto agli altri probabilmente è stata proprio la curiosità che siamo riusciti a creare nelle persone rispetto a ciò che stavamo facendo e questo, ancora oggi, ci permette di avere un buon seguito.



A cosa state lavorando attualmente? Svelateci quali sono i vostri progetti per il prossimo futuro.

La grande novità di questo mese è “Chef In Camicia Cocktails”, una nuova pagina che è stata lanciata solo da pochi giorni, ma sta già riscuotendo un grande successo, aprendoci anche al mondo del beverage, dopo l’incursione di qualche mese fa nella cucina vegetariana e vegana della pagina “Veggie”.
Oltre a ciò, grazie alle competenze acquisite in questi anni di attività, stiamo lavorando alla produzione di nuovi format sempre legati all’ambito della cucina che a breve vorremmo mettere a disposizione delle aziende del settore. Capita che alcuni imprenditori non comprendano immediatamente il modello di business su cui è stato costruito “Chef In Camicia” e siano estranei a una realtà e a un modo di lavorare come il nostro, che invece potrebbe essere molto utile a tutte le aziende del settore, dando grandi vantaggi. Quello che noi potremmo fare per queste imprese, oltre a introdurre contenuti video per proporre i loro prodotti attraverso ricette e consigli, è dare loro una visibilità mirata su tutto ciò che riguarda il mondo del food di oggi, caratterizzato da una comunicazione sempre più digitale

Il sogno nel cassetto, tuttavia, sarebbe quello di arrivare in Tv con un programma tutto nostro… fateci un in bocca al lupo!

www.chefincamicia.com



mercoledì 4 ottobre 2017

Massimo Mangiapelo: la storia di Federica, ragazza del lago


C’era una volta, non troppo tempo fa, una ragazza sensibile e ribelle, di nome Federica, nata e cresciuta nelle vicinanze di un lago che amava molto. Fiera e determinata come sono le adolescenti di oggi, ancora bambine, ma desiderose di crescere in fretta, Federica era molto diversa dalle principesse che popolavano i suoi sogni di bambina. Voleva essere indipendente, lavorare, divertirsi, trascorrere le giornate con famiglia e amici, e di una cosa era certa: aveva incontrato quello che sarebbe stato il suo principe azzurro. Poco importava che questo principe fosse ben diverso da quello delle fiabe, Federica era innamorata come solo le ragazze al loro primo amore sanno essere. Voleva sentirsi amata come una principessa la notte del ballo in maschera, tra le braccia del suo principe.
Quando la mattina del 1 novembre 2012 Federica viene ritrovata morta sulle rive del lago che l’aveva vista crescere, la fiaba che ogni ragazza vorrebbe vivere si trasforma un raccapricciante racconto del terrore. Solo che non si tratta di un romanzo, ma di una storia vera.
Federica Mangiapelo aveva sedici anni quando la sua vita è stata spezzata per mano di chi diceva di amarla, il fidanzato Marco Di Muro che l’ha annegata, abbandonandola sulle rive del Lago di Bracciano, nei pressi di Anguillara Sabazia, a pochi chilometri da Roma. Al dolore e allo sconcerto della famiglia sono seguiti anni di indagini turbolente, inizialmente segnate da una serie di errori che hanno portato al vicolo cieco di un’insensata morte per cause naturali, con conseguente richiesta di archiviazione e, solo due anni dopo, all’arresto per omicidio volontario di Marco Di Muro, condannato successivamente a diciotto anni di reclusione in primo grado e a quattordici in appello.
In attesa che la Cassazione metta la parola fine sulla faccenda giudiziaria, ci ha pensato Massimo Mangiapelo, scrittore e giornalista, a rendere eterna sua nipote Federica con un libro dal titolo “Federica. La ragazza del lago”, Bonfirraro Editore. In queste pagine l’autore ripercorre le tappe dell’intera vicenda fino agli inizi del primo processo contro Di Muro, raccontando la sofferenza di una famiglia alla quale per lungo tempo è stata negata giustizia a causa di perizie sbagliate e indagini superficiali.
In bilico tra il suo ruolo di appassionato cronista e quello di familiare incredulo per l’assurdità di una storia che mai nessuno vorrebbe raccontare, ma che chiunque potrebbe vivere, Massimo Mangiapelo ricostruisce e riferisce con delicatezza e lucidità ogni passo di un’inchiesta che, tra giornali e aule giudiziarie, ha scosso un’intera comunità. La storia di Federica oggi è diventata l’emblema dei nostri tempi difficili, segnati quasi dall’assuefazione circa la violenza sulle donne. Un libro che, a quasi tre anni dalla prima edizione, Massimo Mangiapelo continua a presentare in giro per l’Italia nella speranza che una storia così non debba mai più essere raccontata da nessuno.    



Occhi chiari e profondi da giovane donna, ma sorriso limpido e generoso da bambina che sta crescendo: chi era Federica Mangiapelo? E chi è oggi?

Federica era un’adolescente come tante altre, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Come tanti suoi coetanei, era una ragazza che si “ribellava” all’autorità dei genitori e degli insegnanti. Federica era una bellissima “piccola donna” che sembrava più grande rispetto agli anni che aveva. Cercava di mostrarsi un’adulta, ma allo stesso tempo dormiva ancora abbracciata al suo orsacchiotto.

Nel tuo libro “Federica. La ragazza del lago”, Bonfirraro Editore, coniughi lo stile attento e scrupoloso, caratteristico della tua professione di giornalista, con i pensieri e le preoccupazioni più toccanti e profonde che solo un familiare può esprimere. Cosa ti ha spinto a esporti in prima persona? Cosa vuoi comunicare?

Ho voluto raccontare questa tragica vicenda perché l’ho promesso a mia nipote. Ero davanti alla sua tomba e pensavo a quello che le era accaduto. Pensavo che quanto era successo poteva accadere alle sue amiche, ad altre coetanee. Ed è stato in quel momento che ho deciso di scrivere un libro che, oltre alla storia puramente di cronaca e di vicende giudiziarie, ha voluto toccare i sentimenti più profondi, il dolore che abbiamo vissuto noi della famiglia, i ricordi di quanti l’hanno conosciuta. In qualche modo l’ho voluta rendere eterna. Ma, allo stesso tempo, il mio è un forte messaggio contro qualsiasi forma di violenza sulle donne.

Oggi che la giustizia ha risposto ad alcuni degli interrogativi che tu stesso ti ponevi tra le pagine del testo, è cambiato qualcosa negli equilibri della vostra famiglia?  Che ruolo svolge, o potrebbe svolgere, secondo te, l’opinione pubblica per la risoluzione di casi tanto cruenti e dolorosi?

Credo che, purtroppo, questa vicenda abbia ristabilito certi equilibri ed abbia fatto riflettere tutti noi sull’importanza della vita, sull’indispensabilità di vivere felici anche un solo istante. L’opinione pubblica è determinante, ma spesso troppo superficiale rispetto a problemi del genere. Forse l’alta percentuale, sempre in crescita, di femminicidi lascia ormai quasi indifferente l’opinione pubblica. Quasi fosse una guerra che si sta combattendo e alla quale non si possa porre rimedio. Sono due anni che giro l’Italia per presentare il mio libro e per lanciare un appello contro la violenza. Eppure molto spesso questi convegni vengono ignorati dalla gente, che preferisce argomenti più leggeri senza rendersi conto che una tragedia del genere potrebbe accadere dentro le proprie “mura”, nell’ambito della propria famiglia.



È il ricordo a mantenere vive le persone che non ci sono più e a dare alle famiglie la forza di andare avanti. Qual è il tuo ricordo più vivo di Federica? E come ti piacerebbe immaginarla oggi?

I ricordi di Federica sono dentro di me, ovunque, nell’aria che respiro. Federica la ricordo per quello che era, per il suo carattere, che mi piaceva in quanto somigliava all’adolescente che ero stato anch’io. Non so adesso, se fosse viva, cosa farebbe Federica, come sarebbe diventata. L’unica cosa di cui sono certo, vista la sua tenacia, è che di sicuro avrebbe fatto quello che le passava per la testa, quello che più amava. Qualunque traguardo lo avrebbe certamente raggiunto. Un giorno disse: “Voglio diventà famosa”. Mi dispiace che lo sia diventata per una storia così inaudita, per mano di chi avrebbe dovuto proteggerla.

Oltre al giornalismo, ti sei dedicato anche alla narrativa, svelando il tuo talento come autore a tutto tondo. A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro. 


Quando mi è stato impartito il sacramento della Prima Comunione, la mia vicina di casa mi regalò “Robinson Crusoe”. Dopo aver letto quel libro ho deciso che nella vita avrei voluto scrivere. È stata dura ma sono riuscito nel mio intento. Ho sempre coltivato questa passione, anche quando ero giovane e facevo tutt’alto lavoro. E questa passione mi ha portato a trovare la mia strada sia come scrittore che come giornalista. Attualmente sto scrivendo un nuovo romanzo, ma è troppo presto per rivelare dettagli. Ne parleremo un’altra volta.

mercoledì 20 settembre 2017

Alessandra Redaelli: Arte, Amore e tante storie da scrivere


A lei scrivere romanzi piace proprio tanto. Ce lo ha confessato col sorriso, nel suo stile scanzonato e senza prendersi troppo sul serio. Soprattutto perché sono loro a guidarla, prendendola per mano, capitolo dopo capitolo. Ma chi è lei? Si tratta di Alessandra Redaelli, critica d’arte e curatrice di mostre d’arte contemporanea e loro sono Martina, Ananda, Nirvana e un mosaico di coloratissimi personaggi, protagonisti del suo primo romanzo, “Arte, amore e altri guai”, Newton Compton Editore, una storia frizzante e fuori dagli schemi, il cui impatto può essere paragonato a quello della Pop Art di Andy Warhol nel secolo scorso.
A dare una marcia in più a questa opera prima, oltre all’impronta stilistica molto personale dell’autrice, che aveva già caratterizzato i suoi saggi sulla storia dell’arte, sono proprio i suoi protagonisti. Quelle creature nate a due dimensioni, tra inchiostro e tastiera che, sul più bello, prendono letteralmente vita e si mettono a fare tutto da soli. E noi, lettori, ma evidentemente anche scrittori, ci mettiamo l’anima in pace e li assecondiamo, soprattutto quando a ispirarci è stata la nostra quotidianità. Alessandra Redaelli scrive di ciò che conosce e di ciò che ama e questo genuino trasporto si percepisce, pagina dopo pagina.
Martina, la protagonista della storia, è una donna che ha da poco superato i quaranta e si divide tra gli impegni di mamma di due adolescenti, i suoi gemelli Ananada e Nirvana, e gli obblighi di redazione della rivista d’arte con cui collabora. Ha un marito bello e attraente che ama moltissimo, ma quando si rende conto che qualcosa nel suo matrimonio inizia a scricchiolare, sarà costretta a mettersi profondamente in discussione, cercando di non perdere l’ironia che la contraddistingue, nonostante i guai che sembrano darle la caccia. Quella di Martina è una vita nella quale è facile immedesimarsi, fatta di fragilità, ma anche di tanti colori diversi, come potrebbe essere quella di ciascuna di noi, eroine di noi stesse, sempre di corsa, ma mai troppo impegnate per guardarci dentro, alla ricerca di un pizzico di romanticismo e passione.



Il passaggio dalla critica d’arte alla narrativa sembra esserti stato particolarmente congeniale, vista la naturalezza con cui hai costruito una storia divertente e dissacrante al tempo stesso, anche se, in fin dei conti, non ti sei allontanata troppo dal tuo mondo, visto che tanti stravaganti artisti fanno incursione tra le pagine di “Arte, amore e altri guai”, Newton Compton. Come nasce questa esigenza di raccontare e cosa ti ha ispirata durante la stesura del tuo primo romanzo?

L’esigenza di raccontare una storia come quella di Martina nasce dalla mia lunghissima esperienza all’interno di un mensile specializzato. Ho lavorato per tantissimi anni come collaboratrice fissa per la rivista Arte – della Cairo Editore – e collaboro ancora, ma per un lungo periodo ho vissuto proprio la vita della redazione. Ho avuto a che fare con diversi direttori, ognuno con i suoi talenti speciali e con le sue peculiarità. Ho lavorato gomito a gomito con colleghi fantastici con cui c’era uno scambio continuo e ho conosciuto una quantità di artisti, giovani o già famosi, che mi hanno entusiasmato e mi hanno fatto amare immensamente questo mondo. E poi c’era il caporedattore storico, quello il cui nome, nella cerchia dei critici e dei giornalisti di settore di Milano, fa ancora “tremare le vene e i polsi”. Un individuo pazzesco, indimenticabile, a tratti feroce e a tratti tenerissimo, che mi ha insegnato tantissimo e che ho messo al posto d’onore nei ringraziamenti del mio primo saggio. A lui – che oggi è in pensione e si gode la vita in una tranquilla cittadina del Piemonte – mi sono ispirata per uno dei personaggi che amo di più di “Arte, amore e altri guai”: il terribile Pitbull.

Già nei panni di saggista e divulgatrice hai dimostrato come, anche un argomento serio come quello della storia dell’arte, possa essere raccontato col sorriso. Facciamo un bilancio dei tuoi primi passi come narratrice: è un’esperienza che pensi di ripetere in futuro? Che autrice sei e come hai dovuto adattare il tuo metodo a seconda dei vari generi in cui ti sei cimentata?

Assolutamente sì: è un’esperienza che intendo ripetere. E già mi frullano mille idee per la testa.
Scegliere un tono leggero, apparentemente facile (e dentro quell’ “apparentemente” c’è tanto) e uno sguardo scanzonato e dissacrante nei confronti di una materia considerata ostica come l’arte contemporanea è stata la mia sfida, e credo di averla vinta. Tanti colleghi – che peraltro stimo moltissimo e da cui ho imparato tanto – si affidano per parlare d’arte a un linguaggio erudito e complesso. Io ho voluto dimostrare che per parlare di cultura si può usare un linguaggio diverso e che la leggerezza, a volte, è la chiave migliore, perché non fa paura, non è respingente, non mette l’interlocutore in soggezione, ma al contrario lo fa sentire a suo agio. Già dimostrare che un mucchio di caramelle o una stanza vuota sono opere d’arte non è la cosa più semplice del mondo, se poi lo si fa arrotolandosi dentro frasi involute il lettore rischia di mettersi a prendere a testate il muro per poi passare a una fiction in tv. Far capire invece anche a chi non bazzica la materia, che l’arte contemporanea può essere assaporata col piacere di una fiction – ma una fiction che ti lascia dentro qualcosa, ti apre la mente e ti rende felice – ecco, è una bella soddisfazione.
In realtà non c’è tanta differenza tra il linguaggio di “Keep Calm e impara a capire l’arte” o di “I segreti dell’arte moderna e contemporanea” e quello del romanzo. L’idea – sostanzialmente – è la stessa: parlare di cose serie (in questo caso il matrimonio a una svolta, i deragliamenti amorosi, il ruolo della donna, l’amicizia, il sesso) in maniera leggera ma precisa e senza sconti. Diciamo che, ora che conosco Martina, la protagonista del romanzo, penso che “Keep Calm” e “I segreti” potrebbe averli scritti proprio lei.




Come definiresti Martina, l’indimenticabile protagonista della tua storia? In generale, come hai delineato tutti i personaggi, più o meno importanti, che le ruotano attorno, a partire dai suoi figli adolescenti, Ananda e Nirvana?

Martina è una donna multitasking tipica del nostro tempo: mamma acrobata, moglie, massaia (più o meno…), professionista. Vorrebbe dare il meglio di sé in tutti i suoi ruoli, ed è sempre in corsa contro il tempo: sia quello della quotidianità – che le sembra perennemente insufficiente – che quello degli anni che passano, del corpo che cambia. Quello che succede al suo matrimonio è come uno schiaffo in piena faccia, e tuttavia è la chiave che le permette di rileggersi come una donna nuova, capace ancora di sedurre e di salvarsi attraverso la passione per il suo lavoro, l’aiuto delle amiche e – arma fondamentale – l’autoironia. Diciamo che per lei si chiude una porta e si apre un portone (o un burrone, come direbbe Fedez… sta a voi decidere).

Immagina di avere una macchina del tempo: quale grande artista o scrittore del passato ti piacerebbe conoscere e intervistare? E quali domande gli faresti?

Oh… Vorrei essere Berthe Morisot e – cavolo – giuro che riuscirei a sedurre Manet, a fargli lasciare la moglie (tanto non l’amava: la tradiva compulsivamente) e a farmi sposare da lui. Altro che accontentarmi del fratello! Ok, seriamente? Vorrei incontrare Artemisia Gentileschi anziana – è morta a sessant’anni… per quegli anni era anziana – e farle una lunga intervista, capire come ha fatto allora, in una delle epoche più buie, lei, donna, indifesa e sola, a farsi strada in quel mondo di lupi (maschi) che è l’arte e a uscirne come la più vittoriosa delle guerriere.



A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


La mia professione ufficiale è quella della curatrice di mostre, e per i mesi a venire ho tanti appuntamenti (si trova tutto sulla mia pagina Facebook). Per Newton Compton, poi, sto lavorando a un nuovo saggio. Sarà completamente diverso dai due precedenti, perché non sarà scandito in microcapitoli monografici su un’opera, ma avrà un andamento fluido e consequenziale. Anche se il tono – dont’t worry – sarà assolutamente il mio. E poi… chissà. Ti dirò: a me scrivere romanzi piace proprio tanto.